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Storie di … è il titolo più idoneo a questo primo lavoro di Fiorindo Tittaferrante, in arte solo Fiorindo, giovane cantautore abruzzese. Al suo battesimo discografico si avvale dell’occhio supervisore del padrino, Massimo Priviero, al quale Fiorindo - è facile intuirlo ascoltando il suo genere - si ispira ampiamente. La copertina si scopre in fondo, come la miglior rappresentazione del disco: i disegni danno un idea di racconto, di fanciullezza, di ingenuità e purezza. Le 10 tracce di ”Storie di …” infatti si raccontano ognuna per se e praticamente ognuna di esse è una “storia di…” appunto: di Fedra, di un bandito di Theo … dei timidi, con sottofondo un tono piuttosto cupo, quasi una bandiera della pace che si stende per tutta la tracklist. Dal punto di vista musicale di sdoppia in tante sfaccettature, partendo da un’idea folk iniziale, quella di ”Fedra (della famiglia delle Piume)”, passando per un orientamento che ricorda De Andrè, al cantastorie, approdando poi nel finale a pezzi più rock, come ”Il Testimone” con la partecipazione di Massimo Priviero alla voce già sperimentata nel pezzo di ”Bandito” ma la banalità è sempre all’agguato. Testi troppo sdolcinati e dall’animo ingenuo si, possono essere portatori di buoni propositi ma mettono troppo zucchero e rendono il percorso in alcuni punti nauseante che lascia qualche perplessità nell’esagerare quando si cerca di toccare la sensibilità e la drammaticità anche dove non c’è! In ”Timidi” per esempio, sembra si parli delle persone timide come di chissà quali soggetti affetti da chissà quale malattia psicologia o fisica per la quale, si induce la gente a non emarginarli … esagerato! O anche in ”Canzone Per L’Uomo”, con i cori di bambini che urlano no alla guerra e alla violenza si tocca la banalità allo stato puro e la sdolcinatezza da carie fulminea! E, seppur digeribili alla lettura semplice mostrando un cuore puro e un animo gentile, non sembra si incorporano bene neanche nella musica, che comunque si salva dal lavoro grazie ad un’autorevole professionalità e variabilità, con un ben sperimentato folk e bei pezzi di chitarra elettrica sul finale che svegliano un pò troppo tardi, un lavoro monotono e per troppo tempo sulla stessa scia dell’onda della banalità, toccando a volte il patetico.
Articolo del
01/10/2010 -
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