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I Quintessenza si dimostrano artisti a tutto campo, e non solo musicisti, in questo terzo full length, “Nei Giardini di Babilonia”, per il quale è lecito parlare di vera e propria opera rock. La formazione toscana, proveniente dal panorama delle cover band grunge attive a partire dagli anni ’90, pubblica alcuni demo, prima che cambiamenti di line-up e altre vicissitudini – oltre all’inevitabile maturazione artistica - impongano una decisa sterzata verso il concept album: genere che ultimamente va tanto di moda, ma che i Quintessenza interpretano con grande libertà espressiva e compositiva, mettendo in campo un’immaginazione scatenata e un songwriting privo di barriere mentali e tecniche. Si cimentano con un universo musicale difficile, quello della rock opera, che spesso dà vita a rappresentazioni rutilanti e ambiziose, ma difficilmente assimilabili dal pubblico. C’è poco di commerciale nel lavoro dei Quintessenza, in cui le canzoni vere e proprie sono intervallate da frequenti intermezzi recitati; ma l’intento non è certo quello di “vendere”, quanto di trasportare l’ascoltatore in un mondo mitico e fiabesco, in cui il protagonista compie un viaggio spirituale nella terra di Babilonia, affrontando varie sfide e rinascendo a nuova vita attraverso il superamento delle proprie paure. Da Dante a Nabuccodonosor, per arrivare a Broadway, le citazioni colte si sprecano, e la voce imprevedibile di Diego Ribechini guida l’ascoltatore in questa esperienza onirica, che non sfigurerebbe affatto in una rappresentazione teatrale, con una scenografia adeguata, e magari un coro greco a commentare l’azione. L’album è aperto dal pianoforte evanescente de ”L’Ingresso”, accompagnato dalla voce rotonda e avvolgente di Elena Alice Fossi dei Kirlian Kamera. La title track è uno strano brano dal lirismo pirandelliano e dalla melodia orientaleggiante, che sul finale vira verso il prog-rock, a cui l’intero disco è improntato: parliamo di gente come King Crimson, Porcupine Tree, Pain Of Salvation, insomma di un progressive in veste dark, molto diverso da quello caratterizzato da tecnicismo asettico e gran tappeti di tastiere, che fagocitano tutto il resto. Segue ”La Porta Rossa”, intermezzo recitato accompagnato da un arpeggio di chitarra, e poi la delirante ”Viscere”, aggressiva quanto basta nei passaggi più vicini al rock. Altro breve intermezzo, e poi la dolce melodia di flauto traverso di ”Un Volo D’Argento”. Tra un interludio e l’altro (da notare come tutti gli intermezzi recitati siano intitolati alle varie soglie che il protagonista deve attraversare nel suo viaggio verso il nuovo se stesso), c’è spazio anche per tre pezzi metal, ”Nuovi Rami”, “Riflesso” e ”Quintessenza”, dai toni cupi e apocalittici. ”La Fine Del Viaggio” è un compendio dei vari emisferi musicali attraversati dalla band in questo percorso raffinato, immaginifico e molto, molto intrigante. E’ facile prevedere che ”Nei Giardini Di Babilonia” segnerà un punto di svolta importante nella carriera e nella produzione musicale dei Quintessenza; ma chissà che, in un futuro prossimo, i ragazzi non abbiano davvero l’opportunità di giocare le loro carte anche in altri campi artistici (di cui quello teatrale sarebbe solo il più consono): noi glielo auguriamo!
Articolo del
31/10/2010 -
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