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Gemme di un giardino autunnale dove se ascolti bene riesci perfino a sentire l’essenza odorosa di un bianco candido. Questo è l’atrio di passaggio che Stefano Ordazzo, Caterina Sandri e Davide Moretti, fanno dei My Foolish Heart, uno spazio misurato in fase vitalistica assoluta dalla cura del dettaglio retrò. Liberi dall’ossessione ipertecnica degli anni zero, la band torinese ha saputo crearsi una propria nicchia ecologica, all’interno della quale elementi di pop diafano, chitarre ‘americane’, decorazioni musive e lussuriose sezioni di fiati, convergono in una forma nuova. “Vogliamo limitare al minimo l’uso della tecnologia. Vorremmo che i nostri brani suonassero come quelli di ‘Revolver’ o di ‘Forever Changes’, cerchiamo di utilizzare le voci come un’orchestra, la chitarra come uno strumento percussivo e l’armonica di Dave Moretti come una sezione di fiati”, dicono. Degli intenti, questi, che si sfiorano praticamente con mano in ”Sootiness, Sonsy Girl”, singolo che anticipa di qualche mese l’uscita dell’album prevista entro la fine dell’anno. Folk tinto nella pace dei sensi, in un composto di due tracce inedite alle quali si aggiungono due cover rivisitate in un formato country moderno. Tempi rari e armonie soffici sono riuniti attorno ad un focolare che non può che bruciare placide ballate come quelle qui incluse. “Sootiness, Sonsy Girl” è una ragazza angelica che ci dà il benvenuto quando è già pronta a conciliare l’eco chitarristico di uno Scott Walker meno angariato del solito. In seno ad atmosfere quasi western, si fa, poi, strada il flebile brusio del vento di “Afternoon’s Nuisance”, un classico topos poetico trasversale, si direbbe, a metà strada fra la pomposità di un cantato di velluto e la linearità di una corporatura bluegrass. Flauti e cinguettii pastorali, sono il leitmotiv di “Let Me Down Easy” (cover della versione originale di Chris Hillmann e Roger McGuinn) dove l’anima di Caterina è una voce oratrice tutta armeggiata sulle corde della chitarra. E il finale scoppia ancora di buono, ma di quel buono che quasi non ti aspettavi di trovare rianimato. Grandioso è il rifacimento di “You Doo Right”, che riporta la musica, almeno un po’, coi piedi per terra. Tutto un altro pianeta rispetto a quello dei Can, sia chiaro, ma a restare assolutamente invariata è non solo la portata di una pari intensità vocale, quanto anche l’insolenza di un drumming forsennato e impuntito da un finale che sa diventare sufficientemente noise, tra fonosimbolismi distorti e una cetra che suona capovolta per l’occasione. Vista la parsimonia creativa e in attesa dell’album di prossima pubblicazione, “Sootiness, Sonsy Girl” si testa al momento come un lavoro versatile da farsi bastare all’essenza, anche e solo tra le mura ancestrali di casa vostra. E di certo curioso, sarà testare i prossimi passi.
Articolo del
10/06/2011 -
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