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Non è una semplice foto quella in copertina. I Fauve! Gagen a Rhino sono un cantiere a cielo aperto per davvero, dove la polvere scorre sotto una nube di gas e gli occhi origliano tra mille residui diversi. Gorgoglii, ronzii, balze e rupi a scendere a salire, scivolano via come quei centosessantacinque minuti di marcia post-industriale in cui la belva incalza mastodontica contro un rinoceronte retrivo. Eppure non sono le aree dismesse di Berlino, ma è il clangore urbano di Pistoia che ci parla, raccontando di botti astratti e percussioni profonde, sampler, glockenspiel, e una tanica di benzina. A smantellare lo spazio fisico della città sono Andrea Lulli, Matteo Moca e Riccardo Gorone, che già attivi in due progetti paralleli (Fauve! e Rhino Therapy) uniscono ora le forze per dare vita insieme ad una celebrazione pagana votata ad un noise elettronico e post-minimalista. Dopo il successo oltre ogni previsione raccolto lo scorso inverno da un esordio come ”Gaben”, la band toscana in quest’ultimo scorcio d’autunno produce e pubblica ”Namegivers’ Avenue”, un secondo lavoro strutturale e progressivo dove finanche la scelta del titolo è performativa:«Salvo eccezioni, siamo tutti battezzatori, diamo nomi, definizioni ed etichette. Il parallelo immediato a questo concetto è la città, o più nello specifico la chora…non ci basta il tutto ma vogliamo anche le sue parti». Nelle parole della band risuona in parte la prerogativa dall’album, dalla natura quanto mai aperta all’interpretazione. Nel complesso “Namegivers’ Avenue” si piazza, infatti, come una superficie pietrosa totalmente free-form, un frullato che centrifuga qualsiasi cosa che non sia ordine (ma neppure disordine). È un beat imperituro, situato lì tra stratificazioni varie ad inseguire una trance tanto attesa che a tratti è lontanissima, in altri talmente vicina da dissolversi nel rumorio dei vostri marchingegni di casa. Ci sono i prodromi eccitanti e drogati di “Chora”, e gli inaspettati accordi di una chitarra che in “A Bridge For The Sky” sibila austera almeno quanto i Port-royal. Ma se siete di quelli che apprezzano i grandi paragoni, vi accontentiamo, dicendovi che sì, in “Clonery” ci sono, anche, un sacco di tamburi in stile Fuck Buttons, che alla fine vi faranno irrigidire il cervello nel tentativo di capire se a disperdere liquido sporco è il cestello delle vostra lavatrice o i buchi incalzanti di “A Velvet Heart”. Che dire poi di “Work In Progress” e “A Factory”. La prima avanza contraria tra strutture kraute e incasellamenti di droni metalmeccanici, laddove la seconda resta in assoluto l’ascolto migliore dell’album, persa com’è nello scenario apocalittico di un drumming nefasto. Ma i ragazzi non sono solo degli umanoidi avanguardisti, amano anche il baccano percussivo, quello più terreno e mortale, giusto il tempo di buttare giù “Marching Away” in un minuto e trentotto secondi. Quando le tracce a nostra disposizione sono quasi terminate, ritorniamo a casa, frastornati dai beat di “Have U Ever Asked Yourself” che con una sola sterzata salda anima e gola ai canti rituali di Banda Bear e Animal Collective. Ora siamo definitivamente sfibrati ma riconoscenti del significato di ‘sperimentazione’. Nel complesso, il secondo lavoro dei Fauve! Gegen a Rhino resta un ascolto impegnativo, parecchio materialista e stracolmo di percetti extra-sensibili. Ma visto il risultato esclusivo dell’impresa e l’età degli esecutori (vent’anni) tutta questa ponderosità della materia non potrà che ritornargli utile in un futuro che ci auguriamo vicinissimo.
Articolo del
24/06/2011 -
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