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Nati dalle ceneri dei Black Eyed Susan, Luisa Pangrazio e Luigi Ancellotti aggregano alla batteria Michele Marelli, ne esce fuori, così, la fiaba inedita di ”Margareth, Frank And The Bear”, siglata Ovlov. La parte bianca della storia ci mostra una band più spensierata della precedente, più indirizzata alla ricerca di melodie pop semplici, immediate, ma efficaci. Si sente che la loro formazione è nel punk, per via di quella voce così graffiante e al contempo molto fine della Pangrazio, mai stucchevole (brava!) pur suonando ricoperta da una smagliante glassa melodica. “Margareth” è un esempio perfetto, dove l’orco è un animale feroce, forse un orso dalle propensioni rumorose, freddato da linee di basso che arrivano regolari a ritmare il passo verso il pop-rock ‘tout court’, lambito in più di un’occasione da pezzi come “2+2” e “Clock”. Vagamente wave “We Like Dancing” e “Up And Down”, dove la prima mira gotica alla timbrica cadenzata e tormentata di Siouxie, e la seconda, a buon diritto, fa gli onori di casa all’intero disco: trattasi di un pezzo alimentato dalla voluttuosità classica dell’impianto chitarristico, con un ottimo tappeto battente che scorta ‘clap clap’ di mani e contraltari vocali della serie ‘male-female’. La parte più nera, diciamo la meno riuscita dell’album, patisce la timidezza tipica dell’esordio, cioè quella di non ravvisare una strada precisa da ribaltare. Le ballate trasognanti (“Startup”, “Soft”) sono innesti adescati un po’ a caso, e quelle cattive (“A City Shower”, “Frank a Mistake”) hanno una fisionomia fin troppo ‘lombrosiana’ per essere vere. Complessivamente un lavoro buono, anche se in quel bosco lì, il cestino di ”Margareth, Frank And The Bear” avrebbe dovuto schivare un po’ meglio le moine musicate del villaggio.
Articolo del
15/07/2011 -
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