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Romana d'origine, ma londinese d'adozione, la cantautrice Emma Tricca pubblica per Finders Keepers, l'etichetta del dj Andy Votel, il suo secondo album intitolato ”Minor White”. Ci troviamo di fronte ad un lavoro totalmente intriso di musica folk e country, stilisticamente oscillante fra ballata britannica e la canzone americana. Per capire meglio la genesi dell’album dobbiamo, però, fare un passo indietro e tornare a Roma dove, molti anni fa, Emma incontrò John Renbourn, uno dei maggiori esponenti della musica folk inglese, il quale, dopo aver ascoltato una sua incisione, l’incoraggiò (come direbbe De Gregori) a perseguire il suo sogno metropolitano. La sua innata vocazione per la musica folk e la musica country la porterà alla ricerca della propria strada. Prima a New York e, successivamente, nel Texas. Si stabilisce, quindi, stabilmente a Londra dove nel 2007 partecipa al Meltdown Festival curato da Jarvis Cocker dei Pulp e diventa riconoscibile nell'ambiente musicale. Infine, un tour di spalla allo stesso John Renbourn permetterà a Emma di ritagliarsi una certa visibilità nell’ambiente del british folk. “Minor White” è il frutto delle miglia percorse in viaggio, con canzoni bucoliche che si accavallavano nella sua mente. Registrato presso il celebre Times Studios, il disco riassume esperienze di vita cullate nei morbidi arpeggi della sei corde acustica. Un disco che con spiccato ottimismo guarda al futuro conservando i crismi della più antica tradizione anglosassone. Con una voce eterea, sospesa tra Joan Baez e Joni Mitchell, Emma Tricca sfodera un cantautorato dolcissimo e delicato che ci porta in un viaggio immaginario attraverso i sacri luoghi del folk, dal Greenwich Village fino alle rive del Tennessee. La sensazione che si ha dopo aver ascoltato “Minor White” è di un album in grado di suscitare profonde emozioni grazie alla voce di Emma ed agli arrangiamenti scarni, essenziali e preziosi alla Nick Drake, tanto per intenderci. Il risultato è un disco in cui tutti i brani contenuti sono belli e riescono a colpirti dritto nel cuore. I momenti migliori di questo eccellente lavoro sono rappresentati, a mio avviso, da “All Along The Hudson”, “Paris Rain”, “Monday Morning” e “It Doesn’t Matter”, in cui il sapiente modulare della sua voce si posa su di noi come una dolce carezza. Niente da eccepire: “Minor White”, quanto ad intensità d’ispirazione, sembra uscito nel 1965. Complimenti davvero!
Articolo del
15/12/2010 -
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