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Tra le tante band di casa nostra che reclamano giustizia e un briciolo di attenzione per farsi conoscere, oggi vogliamo segnalarvi gli Underdose, quintetto di Varese che, dopo molte peripezie, è riuscito finalmente a registrare il primo EP intitolato ”A Mara Dolce”. Fin qui non c’è molto da dire, la storia è identica a quella di tanti, tantissimi, troppi gruppi costretti a fermarsi allo stadio di “belle speranze” perché nessuno dà loro un’opportunità. Credeteci, sarebbe veramente un peccato se questo dovesse accadere per gli Underdose. Questi ragazzi hanno davvero talento, e hanno molto da dare anche a livello espressivo. In un contesto musicale esplorato in tutte le direzioni possibili e immaginabili, è difficile trovare la formula giusta per colpire al primo ascolto, senza risultare troppo commerciali (snaturando così il principio di “diversità” della musica indipendente) o inventarsi soluzioni sperimentali troppo stravaganti (ottenendo l’effetto contrario, ossia, in genere, la diaspora degli ascoltatori…). Ci sono riusciti, di recente, gli Arcade Fire, riscuotendo plausi e successi 'urbi et orbi'. Pur con qualche somiglianza nelle parti più melodiche, possiamo dire che i nostri Underdose suonano molto più rock, e ricorrono spesso al revival 'garage', e ad influenze 'post-punk' (in ”Mayday” in particolare). La struttura portante è un inquieto, ma orecchiabile 'indie rock' in perfetto equilibrio tra sottili angosce alla Alice In Chains e immaginazione a ruota libera, nello stile dei Marrillion di ”Misplaced Childhood”, o degli Smashing Pumpkins di ”Mellon Collie”. Quasi tutti i brani iniziano in modo soffice e sommesso, per poi crescere progressivamente di volume e intensità, attraverso stacchi di ritmo secchi, che rendono bene l’idea di moti emozionali bruschi e repentini. Per carica emotiva e sound vibrante, spiccano su tutti ”Sara” e ”Neve su Marte”. Notevoli i testi, particolarmente ricchi di ossimori e metafore. Nella speranza che qualcuno si accorga degli Underdose e del loro valore, vogliamo concludere con un appello già lanciato un’infinità di volte, e che non ci stancheremo mai di ripetere: signori produttori, deejay, programmatori di playlist eccetera, abbiate pietà di noi, le popstar miliardarie che vivono a Hollywood e viaggiano solo in jet privato ce le avete propinate in tutte le salse, dovunque e a tutte le ore del giorno. Date un’opportunità a tutti i ragazzi, italiani e non, che con una chitarra in mano sanno fare vera musica.
Articolo del
04/02/2011 -
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