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Un quintetto milanese che sfida tutto, si fa beffe del “rock all’italiana”, e punta dritto sull’autostrada dei grandi. Sarà un’impressione ma a ben guardare il rock in Italia scorre sotterraneo, e ha lo stesso suono di tante band acclamate, gli ”Urban Clothes” ne sono l’esempio lampante. Ascoltati dal vivo allo Youtoo (public house di Caserta), ormai comprovato complice nella scoperta della buona musica, il quintetto milanese sfodera una potenza sonora da paura. Il benservito alla consuetudine musicale lo serve per primo ”Last Drink” potente, energetica ed essenziale, rock di liberazione a cielo aperto; per quelli che amano sghignazzare con le cuffie nelle orecchie e guardare il mondo che scorre ”The Rage Of A Lonely Heart” è perfetta, si inserisce il pilota automatico e poi via, bisogna solo scivolare lungo le note, il synth in sottofondo vale da solo tutto il pezzo, ”Dedicated” è indescrivibile, è quel pezzo semplice, grezzo, affilato, che va dritto al cuore la chitarra di Matteo Orsini saetta lungo il brano, la voce del bravissimo Daniele Rizzitano ti fa sobbalzare quasi fossi sulle montagne russe, al diavolo le multinazionali del rock e i dischi di platino, tutto scorre in un pezzo così. ”Rock’n’ Roll King” fa apprezzare forse la capacità di sperimentazione compositiva che qui penso sia ad alti livelli, per un album d’esordio i ragazzi sembrano avere l’esperienza dei grandi in studio, un motivetto alla the Strokes, trattato con la giusta cura ed omogeneità, ”It Could Sound Strange” sottolinea ancora una volta le grandi qualità espressive della voce di Rizzitano, una canzone favolosa che vien giù come neve, ma che ti lascia quel caldo dentro che sono un gran pezzo può fare. ”Heroin mi ricorda qualcosa degli ultimi Incubus, e non è detto che sia un male, ”Boom Boom Boom”, lancia l’adrenalina oltre ogni possibilità con Edoardo Vannucci che alla batteria martella su un rock incandescente, le pause sono da brivido le impennate da paura. Quando ascolti un disco così ti chiedi perché non vedi questi ragazzi su tutti i canali di musica, poi accendi la tele e capisci che al posto loro ci deve essere per forza quel flaccidume sobbalzante spacciato per prelibatezza del rock, continui a chiederti perché la gente acquista biglietti dei Negramaro a 41 euro quando puoi sentire gli Urban Clothes gratis, magari con gente attorno a te che sa perché è lì. Un’altra perla del gruppo è ”Last Words Of A Killer”, delicata e cristallina, eterea come le luci di Natale potrebbe davvero star bene nell’autoradio di un killer, uno di quelli alla Arriaga, che bella... La cura dei dettagli è da sempre la ricetta per un prodotto riuscito, e Stefano Saporito e Riccardo Orsini sono i particolari in tutti i pezzi, rispettivamente piano/synth e basso sono il naturale ingrediente segreto alla raffinatezza di casa Urban Clothes, chiedetelo a ”Rest In Peace”, un torrente di fuoco, la nona traccia al vetriolo; arrivare al decimo brano di un disco con un pezzo come ”You Didn’t Want To” significa avercelo dentro il rock vero, progressivo ed eclettico. Non è facile, come titola l’ultimo brano, no non lo è per nulla staccarsi dall’ascolto, ed è per questo che istintivamente clicco su ‘repeat all’, perché quando la musica è uno sforzo genuino di tendere alla bellezza espressiva non è mai facile smettere di ascoltare, e verso la bellezza si è sempre in debito, perché ciò che ti fa emozionare merita più di una chance.
Articolo del
15/02/2011 -
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