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A volte ritornano. In un'epoca segnata dalla smodata ricerca di gruppi usa-e-getta, spacciati per salvatori della musica e spremuti per bene per i primi due-tre dischi, quanto basta per generare l'ipnosi collettiva, sorprende da una parte e aggrada dall'altra ascoltare ancora del buon, vecchio rock secondo l'antica ricetta. Messi definitivamente da parte i dinosauri, oramai buoni per qualche nostalgica e triste rimpatriata in famiglia, il testimone passa alle nuove generazioni. Testimone applicato alla lettera, passo passo, senza molta fantasia ma con grinta e passione. I ferraresi Underground Railroad, sotto l'egida di Enrico Cipollini, cantante, chitarrista e factotum del gruppo (firma tutti i pezzi e lo sottolinea diverse volte nel libretto, tanto per non lasciare adito a dubbi), tolgono la polvere dalle copertine dei vecchi dischi di papà e ci danno dentro con pezzi che di nuovo hanno solo la data di registrazione, ma che suonano maledettamente bene. Complice l'ottima qualità della produzione (presso il New Frontiers Recording Studio a opera di Ugo Bolzoni) e le capacità dei tre musicisti, il disco suona più che bene e convince. Nel repertorio rientrano canoni e riferimenti vari, reinterpretati secondo una sensibilità spiccata e dotata: si passa dal singolo dal titolo scottiano ”Black Rain”, energica, possente e ignorante quanto basta per interpretare brillantemente il cliché, al blues da Cream passati per l'hard rock di ”Same Old Place”, al riff à la ”Moby Dick” di ”Chain Gang”. Cipollini sa recitare bene la sua parte, grazie anche a un timbro di voce caldo e solo lievemente rauco, un po' Bruce, un po' AOR anni '80, un po' addirittura il primo Steven Tyler. I brani più potenti sono anche i migliori, e consentono una carrellata ampia e variegata attraverso tutte le incarnazioni della musica del diavolo: ”Part Time President” ha più di un debito con i Rage Against The Machine; ”A New Machine” ci porta invece negli anni '80, muovendosi secondo stilemi cari ai Living Colour, almeno nella strofa. A parte le ballate, un po' telefonate (tollerabile ”Hard To Let Go”, dal vago sapore hendrixiano; piuttosto melensa ”Rainstorm”), questo disco è un vero Bignami dell'hard rock. Per chiunque cerchi qualcosa di nuovo, lasciate perdere. Ma se invece volete fare un bel salto nel passato con una band con la stoffa e il physique du rôle necessari, allora siete nell'ascolto giusto.
Articolo del
13/03/2011 -
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