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Kit
Invocation
2010
Upset the Rhythm
di
Claudia Pecoraro
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Kit è una band di quattro componenti, quasi tutti di Los Angeles. Armonie veloci, fraseggi brevi e sincopati, cantato urlato, chitarre graffianti, melodie sporche. Non manca nessun ingrediente se avete voglia di rituffarvi nel hardcore punk di fine anni Ottanta - inizi Novanta, in cui il rumore è edulcorato dalla voce femminile e da un sound melodico da canticchiare. “Invocation”, secondo album dei Kit dopo “Broken Voyage”, trova le sue radici nel mondo metafisico e dell’occulto ma, come recita la presentazione dell’etichetta, «è inzuppato nella luce del sole noir della West Coast». Registrato nel Dipartimento della Sicurezza ad Anacortes, a Washington, la band ha trascorso lunghi giorni a lavorare lontano dai comfort familiari della California. L’isolamento ha quindi stimolato i quattro a rimeditare i pezzi per rendere al massimo il loro potenziale. I temi dell’album sono la fissazione, il destino e la totale onestà. La cantante ed autrice dei testi ha dichiarato che parla «di come le persone che ami (non è una cosa romantica) ruotano attorno a te come pianeti attorno al sole e questo fatto può richiedere molto tempo per abituarcisi». Il pezzo di apertura è “Merticane”, che con chitarre stridule e percussioni prepara al racconto del difficile aprirsi all’amore che sboccia di “Ambrosia”. Ancora l’amore è protagonista in “Cure Light Wounds” che sfocia nell’insistente coretto “Won't you mend my broken heart?” (Riparerai il mio cuore spezzato?). Echi non troppo nascosti delle Hole di “Celebrity Skin” si riconoscono un po’ in tutti i brani, primo fra tutti “Sharks”. “Out Of Ruins” comincia con un caos privo di controllo per precipitare in una musica vuota di parole e aperta all’introspezione. Un tentativo di arrangiamento più raffinato, come una sinistra nenia infantile impostata sugli archi, è in “Dreams Are Burned”. A chiudere è “Broke Heart” che alterna dolcezza e suoni rotti sino ai tre minuti finali di basso e chitarra che si sgretolano in distorsione. In generale, “Invocation” offre poca innovazione, nessuna unicità, nulla di imprevedibile. Brano dopo brano, sai sempre quello che ti aspetta. Istruzioni per l’uso: da ascoltare a tutto volume, se hai dai 14 ai 19 anni; da riporre sullo scaffale dei cd e dimenticare di averlo comprato, dai 20 anni in su.
Articolo del
16/03/2011 -
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