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”Dolce Dormir” è l’album d’esordio del 34enne di origini bresciane Alberto Gatti, in arte Victor Mei. Presente sulla scena musicale come autore e compositore di testi già da qualche anno, nel 2008 decide di intraprendere la carriera da solista che culmina in questo lavoro co-prodotto con il chitarrista Andrea Rossi, suo fidato collaboratore sin dai tempi in cui Mei si esibiva con alcune band. Dieci brani che oscillano tra pop con intermezzi di chitarre rock, e rifiniture di funk ed elettronica, dal sound pulito, accessibile e ben eseguito fanno da cornice ad un timbro vocale decisamente particolare che divide sin dal primo ascolto: nel senso che piace o non piace. In alcuni accordi più marcati ricorda il trentino Daniele Groff, forse a causa delle vocali aperte, soprattutto le “e”, mentre in quelli più soft sembra una commistione tra Piero Pelù e Samuel dei Subsonica. Unico problema, sempre dal punto di vista del suono, è l’eccessiva omogeneità, che se da un lato potrebbe essere considerata come un punto d’equilibrio dell’album, dall’altro lo fa risultare ridondante. Infatti, tra un brano e l’altro non si avverte quello stacco che permette ad ogni pezzo di identificarsi nella propria originalità pur nel rispetto dello stile che, per fare di un disco un buon disco, deve rimanere costante. L’unica eccezione è rappresentata da ”Il Mostro” che esordisce con un rap bilanciato dello stile di quello usato da Raf in alcune sue canzoni, e da ”Sweet Sleepin”, il brano migliore, e l’unico interamente pop. Tema portante dell’album è quello del disagio che si respira quotidianamente e che qui viene considerato sia dal punto di vista universale in ”Loro No”, “Nutri La Mente”, “Il Mostro”, “Fuori Dalla Finestra” e ”Poco Importante”, con ampi riferimenti alla rovina dell’ambiente e all’indifferenza dell’uomo in proposito, sia da quello individuale in ”Vicino”, dove si parla della consapevolezza di sentirsi diversi; mentre ”Migliori Orizzonti” e ”Resto Qui” sono le canzoni più personali nelle quali il cantante descrive come la difficoltà di trovare la propria strada non riuscirà però a soffocare il grande desiderio di libertà e la speranza di poter vivere un giorno in un mondo migliore. Anche da parte di Victor Mei, allora, c’è l’intenzione di usare la musica come strumento di denuncia che tuttavia, forse a causa dei ritornelli troppo brevi e dell’utilizzo di rime che, seppur semplici, in certi punti sembrano forzate come quelle che ritroviamo ne “Il Mostro” (“creato da uomini molto crudeli/che senza pensare mettono insieme/ oscure trame e tu muori di fame” ecc..), e pertanto faticano ad arrivare al cuore del problema che il brano vorrebbe effettivamente trattare. Questo però è solo l’esordio, di conseguenza confidiamo nella certezza che anima ogni artista, soprattutto chi fa musica, a migliorare anche perché le basi ci sono e con il tempo sapranno sicuramente dare i loro frutti.
Articolo del
26/03/2011 -
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