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Nel 2005 a Genova nascevano i Karmatest: Gabriele Minetti (voce e chitarra), Mattia Pacetti (chitarra), Pietro Martinelli (basso e voci), Lorenzo Ameriv (batteria). Nel loro primo vero lavoro, ”Sand In Sand”, ci propongono un elaborato alternative rock con influenze progressive, ricco di armonie ricercate e un cantato ruvido e disperato. Li abbiamo incontrati per farcelo raccontare meglio.
Ciao ragazzi, benvenuti su Extra! Music Magazine!
Innanzitutto visto che la vostra biografia inizia dal significato del nome spiegateci meglio cosa significa ‘Karmatest’.
Karmatest non ha un significato, o meglio, ne ha molti. L’idea nasce dalle parole di un brano composto da un nostro vecchio amico nonché ex cantante-chitarrista della band: lui parlava di “charm test”, noi distorcemmo poi il nome in Karmatest, considerandolo un po’ come una prova, un test appunto, che, se superato adeguatamente, ci avrebbe garantito una reincarnazione dignitosa in una prossima vita. L’atmosfera è quindi quella del sogno, della personalità multipla, della metamorfosi, e crediamo che i testi rispecchino molto questo aspetto.
Un titolo, Sand In Sand (come anche la cover art), che lascia presupporre una sorta di legame tra la vostra musica e il mare, percepibile anche in una certa “fluidità” che si avverte nelle canzoni. E' così?
Siamo tutti nati in riva al mare e quando cresci con il suono delle onde in testa qualcosa rimane per forza. Il mare ha una potenza smisurata, fisica ed emotiva, il mare è un continuo cambiamento, un ‘panta rei’, esattamente come la nostra produzione musicale che non sembra voler trovare un punto fermo. Il mare cambia personalità, cambia sapore, cambia colore, ci piace associare l’idea di Karmatest a qualcosa di cangiante, di dinamico, di potente, qualcosa che ti trasporta e ti culla. “Sand In Sand” gioca sul suono di “hand in hand” ma ha in più la plasmabilità della sabbia, la sabbia di una clessidra (il tempo è una tematica che torna spesso nei testi), la sabbia che ti rimane attaccata addosso insieme alla salsedine.
I brani sono molto intensi ma anche piuttosto “sofferti”. Parlateci dei temi che toccate in Sand In Sand e da cosa nascono.
Un po’ abbiamo già risposto a questa domanda. Sicuramente in questo disco si parla di maturazione, di divisioni interne al proprio ego (”Simbiosys”, “Dissolve”), di contrasti tra diversi modi di vedersi e vivere la propria personalità. E’ un disco molto intimo (”Apnea”) che scava nei meandri dell’universo mentale e sentimentale: il test in questo caso è il mettersi alla prova per uscire vincitori o vinti (”Uncostant Failure”).
A chi vi siete ispirati nella ricerca delle sonorità dell'album?
La cosa bella e allo stesso tempo la cosa che genera più problemi, è che i Karmatest sono quattro mondi diversi: presi a coppie abbiamo molti artisti di riferimento in comune, ma l’intersezione dei quattro insiemi è qualcosa che neanche noi sappiamo descrivere. Il risultato è la somma di una forte radice rock, venature post, sussurri jazz, arrangiamenti prog, elementi pop. Fare un elenco dei gruppi che ascoltiamo sarebbe inutile per dare un’idea di come suona il disco.
Premesso che penso sia un'ottima scelta, come mai avete deciso di cantare in inglese? Non pensate che magari scegliendo dei testi in italiano avreste potuto raggiungere un pubblico più ampio?
La scelta dell’inglese è stata sia una naturale inclinazione del nostro cantante, che si trova molto più a suo agio nell’esprimersi in inglese, sia una scelta di internazionalità, di orientare lo sguardo più lontano, non solo all’Italia ma al mondo. Spesso ci viene detto che saremmo un prodotto molto più spendibile all’estero, ma non è così facile arrivare lontano senza i giusti canali di promozione e distribuzione.
Grazie e in bocca al lupo!
Articolo del
13/04/2011 -
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