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Dirty Trainload
Trashtown
2011
Otium Records/CNI
di
Giuseppe Celano
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Dalla copertina si intuisce subito che c’è di mezzo il blues, malato e distorto, e la cosa si fa interessante. I Dirty Trainload usano blu intenso e qualche spruzzata di rosso psichedelico ottenendo l’effetto crepuscolo su cui si staglia un monovolume (Renault?) e due loschi figuri. Uno di loro assomiglia a Howlin’ Wolf, l’altro di spalle, con sigaretta, sembra voler nascondere la sua identità. La musica invece non nasconde nulla, si tratta di blues ancestrale, con armonica distorta, voci raddoppiate, filtrate da effetti che le rendono incisive. Ricordano poco i modaioli White Stripes e più la Jon Spencer Blues Explosion di “Acme” ma con meno contaminazione elettronica. Non temono di confrontarsi con le 'two man band' in giro per il mondo uscendone a testa alta. Suonano stomp-blues, dall’andamento irresistibile, in ”Stranger’s Blues” preso in prestito dal dottor Elmor James. Non mancano le ballate lente e trascinanti come ”Lullaby”, urlate su chitarra il cui giro armonico ricorda un brano dei Creedence Clearwater Revival, rallentati a dovere e fatti di eroina. Ma non è finita perche i ragazzi se la giocano bene tirando fuori vecchi rimandi ai due barbuti fratelli del Texas, periodo ”Duguello”, e ”44” altro immarcescibile classico di Chester Burnett. Derivativi? Si e non sono neanche originalissimi ma bravi a suonare, mescolare le carte in tavola, riesumare i profumi del Mississippi senza cadere nelle trappole disseminate lungo il letto del polveroso, e ormai ultracentenario, del blues. Pollice in su per i ragazzi.
Articolo del
16/04/2011 -
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