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Il Record Store Day è uno di quei giorni un po' strani. Splendido negli intenti, un po' celebrativo nella forma e dannatamente perverso nella sostanza. Dischi già rari prima di uscire, limited edition a profusione, edizioni impossibili da recuperare: gioia e stridore di denti per chi, come me, ha ancora fiducia nella tangibilità della musica. Un gioco che, come tutti quelli belli, dura poco, ma anche dalla forte germinazione autocelebrativa. Cinicamente parlando, a pochi interessa una giornata simile che i più continueranno allegramente ad ignorare, noncuranti che la musica è cultura, bla bla, che ha un anima nonostante sia spesso venduta al business e poi, ancora, bla bla. Lontano dalle polemiche e felice come un bambino che ravana a fondo il barattolo delle caramelle, ho comprato il mio comprabile puntando dritto agli obiettivi sensibili per poi lasciarmi tentare senza remore. E' nel giorno di festa dei dischi e delle botteghe demodè che li vendono, che mi sono imbattuto in Fabrizio Coppola e la sua combriccola. Sorti da una costola creativa dello stesso Fabrizio, The Junkyards sono l'espressione indie-folk del cantautore milanese, un "sideproject" all'inglese, che dà forma alla sua voglia di blues. Storie polverose, scorci della vecchia America di frontiera, troppo lontana dai traffici di petrolio e congiunture economiche sfavorevoli. Nel deposito dei Junkyards ci sono racconti da saloon buoni per un bicchiere in compagnia di mezzetacche e ladri di polli, ci sono i grandi spazi, le atmosfere disincantate, le illusioni e gli amori, quelli presenti e, ancora di più, quelli passati. Sarà per l'occasione speciale o per il sole generoso di questo caldo aprile che il set allestito allo Psycho Store di Milano ha il sapore del giorno di vacanza. Il quartetto suona la sua musica racchiuso fra scaffali e cartonati promozionali, riuscendo a dare forma nuova nell'affollato negozio in cui mi muovo. La polvere sui dischi concede spazio alla festa e lascia libero il posto a parenti, curiosi, appassionati e sconosciuti. Gli spiriti guida battono i colpi a loro disposizione e ”Last Light On Earth”, prima prova in studio della band, restituisce bene le ispirazioni e il mood dei classici del genere. Un piccolo puzzle di 10 tessere che incastra tocchi delicati e ritmiche cocciute. Gradazioni diverse perfettamente riassunte dal dipinto a olio di copertina, opera di Gaia Grassi con lo stesso nome dell'album. Piccola nota di colore, l'album è stato tirato in 150 esemplari, il resto, in tempo di doppio click, è digital download, baby.
Articolo del
26/04/2011 -
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