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Ad appena due anni dal primo “Hard Times For Blonde Surfers” i toscani Jackie-O’S Farm tornano, o meglio dire, si rinnovano con l’allettante “Sandland”, radioso, ammodo, brioso, pervaso da zefiri di terre inviolatamente distanti. Distante il background artistico dall’intrinseca e battuta italianità, non solo per l’elezione dell’inglese, del resto ottimo, bensì per quell’essenza indie pop contaminata da infezioni country, folk/rock con rimembranze britpop e sottil classicismo acustico all’americana. I cinque ragazzoni livornesi modellano un impasto ben lievitato con orecchiabilità ricercata tra scenari sabbiosi, soavità solari e spirito selvaggio. Anche l’evanescenza poetica pare non scarseggiare: sembra di trovarsi dinanzi all’ars bucolica nella serafica e raggiante distesa, animata da gare canore fra bovari-poeti, nonché nel fuori città decameronesco laddove i dieci giorni di racconti novelleschi corrispondono prodigiosamente ai dieci brani del Sandland. Malgrado non vi sia possibilità di “godersi” appieno i testi , ciascuna track narra qualcosa, vuoi per l’apporto nella metrica del songwriter statunitense Chadwick Salls vuoi per l’inaudita voce di Giacomo Vacca, una voce che ti spoglia, sussurrando irregolarmente a tratti per il solo diletto del comunicare ad opposizione di quella scansione ritmica tanto regolare. Il decalogo inizia con “Coffee And Cover” che avanza un riff periodico percorrente i suoi quattro minuti contornato da un pop tipicamente 90’s, quasi a voler suggerire l’affetto per bands quali Grandaddy o Pavement. Anche “While” propone un brit ventennale rievocando in secondi spezzati vocalità care a Noel Gallagher. “Lay Down”: leggera melodia alternative -country “a la Travis”. Autentica perla dell’intero pacchetto è innegabilmente “Killer In Love”, non in quanto manifesto richiamo al romanzo di Luis Sepùlveda ma come esemplare segnale di gaudiosa power–ballad pervasa da ilarità intima, discreta che “insabbia” una realtà costernata per poi deflagrare inaspettatamente a ¾ del brano con un ritornello non scontato e perentoriamente rivelatore. Più rude nel proposito la title-track “Sandland”, che tra note dell’organo Hammond e gradazioni stilistiche consimili ai Franz Ferdinand gioca la carta dell’attrattiva primaverile. Impossibile disapprovare “Wide Awake”, semplicemente folk, tanto essenzialmente autentica quanto fitta nell’avvincere con sfumature timbriche calde evocanti “Into The Wild” Vedderiano. Molto frivolamente californiano “Change Your Mind” nonostante una breve ed interessante cesura scandita dal basso di Francesco D’Angelo nell’intermezzo. Da rimproverare il funky-rock “Wake Up”, adolescenziale, lievemente vacuo e con un’esortazione perennemente costante ed immatura. Non si può asserire altrettanto circa “When You Sleep”, reale dichiarazione affettiva, la più lunga, premurosa, tenera, dalle armonie limpide e chitarre misurate. I Jackie O’S Farm pensano bene ad ultimare con gradevole leggiadria per racchiudere le “istorie” narrate dalla loro musica con “The Unknown”, etimologicamente criptico ma espressivamente vasto. E meritano. Meritano per la loro ricercata orecchiabilità, livello d’autore, spontaneità appartenente ai grandi, spumeggiante essenza agreste ma nitidamente sofisticata. Lodevole.
Articolo del
29/04/2011 -
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