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A distanza di due anni Giulia Millanta pubblica, per l’etichetta Ugly Cat Music, il secondo album. Dopo l’esperienza gipsy dell’esordio discografico ”Giulia and the Dizzyness” presenta un progetto musicale che ha un respiro molto più ampio. Sebbene il suo pubblico non sia propriamente quello di massa dei grandi fenomeni musicali, fin dagli esordi nel 2008 vanta una tournée di tutto rispetto che tocca città italiane e straniere, esibendosi anche a New York in locali come l'Arlene's Grocery, il Goodbye Blue Monday e il Nightingale Lounge, dandole notevoli riconoscimenti di critica e pubblico. Tra Italia, Europa e Stati Uniti si è man mano ritagliata uno spazio importante nella scena rock femminile grazie alle composizioni caratterizzate da un rock cantautorale in una lenta e costante ascesa. Questo suo continuo procedere è un fatto molto singolare e apprezzato, considerando che la fiorentina si discosta nettamente dalle produzioni commerciali delle grandi major e va avanti con caparbia passione abbandonando gli spazi della tranquilla convenienza. In ”Dropping Down” la cantautrice toscana fa un balzo in avanti con una maturazione artistica in divenire sempre più interessante, occupandosi a tutto tondo di testi, musiche e per la prima volta anche di arrangiamenti e produzione. L’album è cantato in inglese, conferendogli un tocco internazionale e contribuendo ad un ulteriore sdoganamento da un limitato circuito nazionale. Il progetto musicale è intriso della tradizione folk acustica e cosmopolita grazie alla ricerca sui suoni che sono pieni e rotondi, ricchi di sfumature con viola e violino, chitarre di ogni genere, ukulele, rhodes, hammond, sassofono, batteria; la voce molto articolata si scopre a tratti forte, in altri punti più delicata. La parte musicale è attentamente misurata e realizzata con la collaborazione di musicisti di spiccata bravura e fama: Ed Gherard, chitarrista statunitense, Michael Manring bassista allievo di Jaco Pastorius, Stefano "Cocco" Cantini al sax che vanta collaborazioni con Michael Petrucciani e Billy Cobham, Ettore Bonafè alle percussioni e Matteo Addabbo al piano e tastiere. Questi contributi donano al disco una dimensione particolarmente ampia rispetto al classico folk acustico di Giulia aprendo al rock, al country fino al jazz. Da tutti questi ingredienti nasce un lavoro, di 11 tracce di inediti e una cover, unitario e ricercato. Al primo ascolto non è un colpo di fulmine. Però, ti lascia la sensazione di un’esperienza che vuoi riprovare, perché cogli che ha un buon sapore che non sa di sofisticato ma nasconde, nel suo presentarsi quasi dimesso, un che di genuino da assaporare un po’ alla volta. E allora si fa ripartire il cd con un’aspettativa completamente diversa. L’orecchio, che ha già familiarizzato in precedenza, si concede ad un ascolto più attento e fa afferrare un universo completamente nuovo ove si aprono gli scenari delle visioni suggestive che Giulia Millanta mette in musica. La sua voce non è particolarmente potente, ma il suo carattere etereo la fa spaziare placidamente tra i vari generi che lei ricompone con originalità nel suo folk rock dove la chitarra diventa la sua seconda voce. Se sembra che non ci sia uno spiccato carisma, arriva chiara la percezione di forza e determinazione che donano spessore anche alle tracce che sembrano più lineari facendo riscoprire un album che è allo stesso tempo intrigante, orecchiabile e incisivo. Ogni canzone rappresenta un’istantanea facendo dell’album un collage di situazioni diverse ma intrecciate assieme dal filo rosso della vita, con una particolare riflessione personale. L’apertura è affidata al trascinante reggae di ”Right Between The Eyes” che ti mette voglia di ballare e di leggerezza anche se in realtà è cucito a misura su di un testo politico di disillusa rabbia: ‘So che uno di questi giorni ti dirò dritto in faccia che tutte le promesse che hai fatto, tutto il benessere che avevi dichiarato, è svanito nel nulla’. In Madame, raccontando la diatriba con un hostess di terra che vuole imbarcarle la chitarra come bagaglio, rivendica il riconoscimento dello strumento come il mezzo che sottolinea la sua identità personale di ribelle in costante ricerca oltre l’omologazione, facendone un’ode alla sua passione per la musica che non è semplice lavoro; qui il tracciato della voce e l’introspezione espressa nel testo rimandano ai successi della O’Riordan dei Cranberries; la chitarra ovviamente è il contrappunto al cantato e viene sostenuta dalle percussioni. Come in una delicata pioggia le gocce del suo folk continuano a cadere lente, più intime ed introspettive con ”The Tunnels of My Brain”; la segue per delicatezza e calma la title-track ”Dropping Down” che sa molto di etnico negli arrangiamenti e parla dell’intima sofferenza della scomparsa. Altrettanto raccolte e introspettive ma con più ritmica sono la ballata ”Skulls And Crossbones” e ”Hotel” quest’ultimo molto strutturato e interessante sia per testo che arrangiamenti. Una perla inattesa è la cover dei Black Sabbath, “Paranoid”, che a dispetto dei padri dell’hard rock, è suonata in maniera diametralmente opposta: morbida e delicata con una rivisitazione psichedelica distillata da voce, viola e violino. Come un altro pacchetto regalo ben confezionato arriva alla posizione n.9 arriva The Old Man”, meraviglioso country con slide guitar che racconta di un incontro e sorrisi che racchiudono il segreto della felicità. A chiudere l’album ”Floating”, reggae delicato e leggero che con le pennate sull’ukukele e il fischiettare spensierato, chiude l'album con un serenità.
Articolo del
04/05/2011 -
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