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Gruppo riminese nato nel 2009 dalle ceneri di altre bands, gli Shelley Johnson Broke My Heart debuttano immediatamente con un ep omonimo, che riceve critiche discretamente positive e permette al trio di continuare nel loro progetto a testa alta e lavorando sodo. È così che nasce nel 2010 il secondo lavoro, un'altra demo ufficiale intitolata “Brighter”. Melodie sfiziosamente pop, orecchiabili e malinconiche (forse troppo) in ogni loro parte, provano a farsi belle con arrangiamenti pomposi ed in un certo qual modo aggressivi, dal leggero sentore rock, per richiamare appunto quel magico decennio citato in fase di presentazione. È così, ad esempio, che si apre l'album, con il singolo “The Boy and the Pockey Town”, dal punto di vista del ritornello il migliore tra i cinque brani che compongono questa seconda produzione in studio. Ricordando, per sonorità, per arrangiamento, per interpretazione ed anche per musicalità, i R.E.M. di qualche anno fa, questa opener, ci introduce in quell'atmosfera densa e soffocante, eppure soffice e trascinante, che accompagna tutta l'opera. Unico difetto da rimproverare a questo primo pezzo è la breve durata, che lo fa apparire alle orecchie dell'ascoltatore come incompleto. Ed a completarlo sembrerebbe arrivare la seconda traccia, “Hope Like There's No Tomorrow”, il cui inizio, ed anche il cui continuo, sembra rimandare alla precedente incisione, come se non si saltasse da una melodia ad un'altra. Per fortuna a rammentarci il cambiamento ci pensa la bella voce di Stefania Salvato che accarezza e tiene per mano quella flebile del singer e chitarrista Ivan. Tuttavia anche questo brano, per lo più sufficientemente gradevole, presenta un difetto evidente: la chitarra suona in modo eccessivamente gracchiante, scalfendo un po' quell'atmosfera eterea che tanto aveva cominciato ad abituare la nostra mente! A seguire “Petrinne Sonne” è forse il brano più complesso dell'album, col suo arrangiamento evolvente, in principio acustico, elettrico nel cuore. Non un pezzo eccezionale, tuttavia costruito e suonato come meglio non si poteva, è anch'esso un bel tassello all'interno del disco. E dopo...: il nulla! Gli ultimi due brani purtroppo non sono all'altezza dei primi tre: troppo monotoni, troppo riciclati, simili per sonorità ai primi due, poco accattivanti, poco originali, risultano quasi dei riempitivi...sensazione piuttosto sgradevole! Nel complesso questo secondo lavoro degli SJBMH non è da buttar via, è un prodotto accessibile e scorrevole per buona parte della sua durata, d'altronde molto breve. La strada intrapresa è difficile e non si sa dove potrebbe portare. Ci vorrà fortuna ed audacia: se i tre avranno entrambi questi ingredienti, chissà quale futuro potranno afferrare...
Articolo del
16/06/2011 -
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