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E’ quanto meno inusuale lo spunto da cui partono i romagnoli Sutuana per il concept del loro ultimo album ”Araba Fenice”: trattasi dell’incendio e della distruzione della loro sala prove, ad opera di ignoti (oltre che idioti) teppisti. Voglia di rinascere e crescere dalle proprie ceneri, come ci sembra di intuire dal titolo, i Sutuana ne hanno senza dubbio; ma i nostri dimostrano anche una sana dose di autoironia, che li ha aiutati a metabolizzare il tutto, e a rielaborare l’accaduto in un lavoro tutto sommato brillante e divertente, forse un po’ troppo all’acqua di rose per essere propriamente hard rock. La loro musica incorpora diversi elementi del rock italiano, e già qui occorre mettersi d’accordo sulla definizione: il genere, infatti, è quanto di più liquido e mutevole si possa immaginare. Con l’eccezione dei Verdena e di pochi altri, quasi tutti i rockers nostrani che sono riusciti a raggiungere il grande pubblico attraverso il sound radio-friendly, dai Litfiba ai Negrita ai Timoria e dai Dhamm a Vasco (del quale fingeremo di non aver ascoltato le ultime fatiche, ehm, musicali) possiedono caratteristiche di musicalità appartenenti più al pop che al rock, e i Sutuana non fanno eccezione. Nonostante questo, adottano soluzioni più raffinate della media, come le doppie chitarre stratificate in ”ArdenteMente”, e l’assolo di ”Libera”, a cui si aggiungono stacchi maideniani in ”Senza Identità”, “Crescere”, “Distante”, “Fuoco”, tutte potenziali hit radiofoniche. Meno immediata, ma senz’altro più ragionata, la strumentale ”Sleaze”. Nella triade finale, composta da ”Follia”, “Tradito”, “Marcio Funebre”, emerge, oltre alla buona vocalità di Diego Boschini, il caratteristico black humour della band, particolarmente nella sorprendente e sabbathiana conclusione. Da seguire.
Articolo del
09/07/2011 -
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