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Fiftyniners
Psychorama
2011
Twelve Records
di
Antonella Frezza
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Tre bare aperte rivestite di bianco, dentro placidamente distesi tre musicisti in completo nero, ai loro piedi i rispettivi strumenti: chitarra per Nick Nitro, grancassa per Speedking e contrabbasso decorato col disegno di uno scheletro per T-Bone. E' la foto promozionale di ”Psychorama”, secondo disco dei Fiftyniners (il primo era “Thinkin' Trippin' Burnin'”, uscito solo in vinile). L'ensamble di Pescara, dalla singolare quanto curiosa attitude horror-comica, sembra arrivata direttamente dagli anni '50 e suona più o meno come se zio rockabilly e nipote punk rock se ne fossero andati in giro insieme a fare baldoria. In sostanza un energico e genuino psychobilly pieno di echi e riverberi dei gloriosi fifties. L'album è una miscela di generi esplosiva come non mai, tanto che per mettere subito le cose in chiaro come opener c'è ”Lonely Sick Star”, con il suo riff country western indiavolato che starebbe a pennello nella colonna sonora di un film di Tarantino. La titletrack è una sciabolata di chitarre taglienti alternate a un cantato moderato di impronta jazz blues, con “synth ghost” nel ritornello a riprodurre gli ululati dei fantasmi tipici dell'immaginario collettivo, di quelli che non fanno paura ma solo tanta simpatia. In ”Alone “ invece si resta ipnotizzati da un dirompente blues rock che diventa ancora più contagioso con l'entrata in scena di un “crazy banjo” ad impepare il tutto. Piacevole il cowpunk di ”Don't Be Scared”, che alterna gli arpeggi di chitarra acustica e la delicatezza del violoncello con sonorità elettriche e d'impatto. Poi c'è la cavalcata country blues strumentale ”Bullo Kid”, il rock 'n' roll di ”They're Back”, il punk rock di ”Staying On My Own”, la ballad solo voce e sei corde acustica ”Waiting”. C'è spazio per un solo pezzo in italiano in “Psychorama”, ”L'ultima Notte”. I Fiftyniners possono contare oltre che sulla bravura anche su una massiccia dose di carattere e originalità, nella musica quanto nell'atteggiamento e nello stile. Viene da chiedersi però fin dove possano arrivare in un'era in cui a contare è sì l'immagine, ma quella patinata, banale e sinceramente sempre più deprimente che impazza nell'attuale mercato discografico. Io gli faccio un in bocca al lupo con una felice consapevolezza: rock 'n' roll is not dead!
Articolo del
21/07/2011 -
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