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Un suono caldo di chitarre e di voci ben armonizzate, la prima traccia “Love”, promette bene. Il singolo ideale da promuovere in radio. Un buon ritmo che aumenta già dalla seconda traccia “Coffee, Slip And Popcorn”, sound tipico da mid seventies e inevitabilmente ti viene spontaneo di battere il ritmo col piede. Si sente l’influenza di Jimi, che ammettono di subire, soprattutto nel giro di chitarra e nelle voci di “Jimi Plays My Guitar”. Si torna poi ad un suono più morbido e ad una melodia più dolce con “Sunset in L.A.” e si va in crescendo, neanche tanto a sorpresa, su “Asa Phelps”, il ritmo incalza ma senza diventare troppo aggressivo. Manca solo il Sitar per l’inizio di “Peyote” che ricorda vagamente “The End” dei Doors, ma poi riprende la sua strada maestra e il finale con la coda dell’organo è molto bello. La traccia successiva “Nautilus” sembra un reprise della precedente per la continuità dei suoni. In “Still Just Like The Night” ti immagini di essere in un club fumoso, il suono continua ad essere deciso ma mai aggressivo, quasi un sottofondo da viaggio. Belle le voci in contrapposizione. Vengono in mente i Coldplay. La intro (in che lingua?) di “Caravan For The 3rd Sun” suona come i Timoria di “Cielo Immenso” (forse altre influenze seventies come Jethro Tull?). In tutto ciò, almeno finora, il suono della campana del piatto (crash o ride?) è l’unica costante dall’inizio dell’ascolto, e le voci sempre più profonde. Cori, musica come una cantilena, una specie di spirale che alla fine ti ricorda di nuovo Jimi in “Goodbye Little Prince”. Per l’ultima traccia “There’s Still Time Anyway” si torna a toni più bassi, una chitarra acustica e una voce sola. Una conclusione che si riallaccia all’apertura? Qui Jimi non c’entra niente, anzi. Nessun suono artificiale aggiunto, solo atmosfere calde e suoni morbidi e naturali, e un carillon. Romantico, morbido, non resta inosservato, lascia il segno. Un disco ben costruito, da ascoltare in cuffia ad occhi chiusi per immergersi nell’immaginario e ricostruire le atmosfere. Vengono in mente i colori caldi del deserto. Il titolo “Marmalade Sky”, di beatlesiana memoria, è perfetto, rende l’idea dei suoni e dei colori, e del ritmo che non è mai asfissiante. Le voci sono apparentemente imperfette, forse volutamente? Se questo è il loro terzo CD vale la pena approfondire e tenere d’occhio l’evoluzione di questo gruppo che sicuramente avrebbe qualcosa da dire nel panorama degli emergenti italiani.
Articolo del
04/10/2011 -
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