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Betty Poison
Beauty Is Over
2011
Fastermaster Records
di
Giuseppe Celano
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Parte sulle note d’istintiva ”Bad Boy Snuff Toy” il viaggio dei Betty Poison, responsabili di questo nuovo lavoro ”Beauty Is Over”. Li potreste incontrare ‘tranquillamente’ in Italia o all'estero visto che suonano con regolarità anche al di fuori delle Alpi e sono stati scelti da Courtney Love come opener per i suoi concerti italiani. L’unica sicurezza sin dai primi minuti, al di la della musica minacciosa, è che ricordano le L7 più che le Hole. La voce al vetriolo di Lucia corrode la membrana dei padiglioni auricolari per tutta la durata del disco che si snoda fra graffianti riff muscolari (”So Raw”) e ballate di fine grana come ”July”, scritta paradossalmente in pieno dicembre con la band sepolta sotto qualche metro di neve in quel di Milano. Su tutto ciò si staglia la potenza espressiva della frontwoman che possiamo definire, senza paura di essere smentiti, un travolgente tsunami emozionale. I brani reggono sia singolarmente che in gruppo, nel primo caso colpiscono come un gancio diretto di un peso massimo, nel secondo sembrano il colpo dei cento pugni di Ken Il Guerriero. Il disco risulta così diretto da spazzare via con un knock out tecnico ogni incertezza o pippa mentale che un recensore incallito si fa venire con il tempo. La Rehab è riottosa (”Time”), esuberante e calda (”The Golden Boy”) come un viaggio al centro di un utero (il suo?). Una cinquantina di minuti sferzanti bruciano come vetriolo sulla pelle corrodendola fino all’osso mentre il sangue vivo sgorga in un moto inarrestabile. Il basso abrasivo di Annika s’avvinghia in un amplesso lesbo sulle sei corde delle chitarre mentre la sezione ritmica appare semplice ma efficace come un bulldozer. Il trittico ”I’m Still A Slut”, “Lie Forever” e ”Blackout” ruotano intorno a chitarre filtrate da effetti laceranti; i fluidi rock emergono prepotenti, si avvitano sull’atteggiamento lascivo e pericoloso della Rehab che, senza difficoltà, immaginiamo dal vivo come qualcosa di molto simile alla performance di Juliette Lewis in Strange Days. Non tutto è perfetto, ci sono momenti in cui le ridondanze abbassano il livello del songwriting come in ”13.45” o ”Set It On Fire”. Sulla lunga distanza sono riconoscibili i punti di riferimento della band che non propone una nuova via ma ne cavalca una ben precisa, scelta dopo una certosina ricerca e percorsa con la classe di chi ha le idee chiare sulla propria meta. Una sensualità letale sembra albergare nelle corde vocali di questa singer che stempera le sue eruzioni attraverso dilatazioni quasi psichedeliche. A volte qualche passaggio acustico prepara l’aria prima della tanto amata tempesta che i Betty Poison amano scatenare. Abbandonate le mode, deponete le armi, dimettetevi da voi stessi, piantandola di fare i poser, e usate le orecchie per una volta dando una chance, che la band si è già presa per cazzi suoi, a questo trio umorale e uterino.
Articolo del
07/10/2011 -
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