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Un biglietto da visita migliore i Còmetaverde, quartetto rock proveniente da Velletri, non potevano confezionarlo. Nonostante sia uscito da diversi mesi, “Alienati Dal Mondo” è ancora oggi uno dei dischi più considerati all’interno del panorama underground laziale. Interamente autoprodotto dalla band, l’album è stato registrato, missato e masterizzato da Matteo Gabbianelli presso il Kutso Noise Home di Roma. Le quindici tracce incluse nell’LP danno subito l’idea che, di cose da dire, i quattro componenti ne abbiano moltissime. E questo non si deduce solo dalle tematiche affrontate nei testi. “Alienati Dal Mondo” rappresenta infatti un mix travolgente di rock possente contornato da molti altri richiami sonori, in primis il grunge. Ciò che colpisce è senza dubbio la grande padronanza sonora del gruppo che, nonostante un’età media bassissima (e senza contare anche le difficoltà ovvie che s’incontrano durante la lavorazione di un disco d’esordio), mostra in maniera lampante tutta la spregiudicatezza necessaria nell’approccio ad un certo tipo di rock. Con una quantità del genere di canzoni presenti può facilmente accedere che, nella successione dei brani, si incappi in episodi poco convincenti. Invece, almeno in questo caso, il rischio è decisamente lontano. E’ un disco compatto, privo di alti e bassi. Nessuna take riempitiva. Tutto merito di una non indifferente sicurezza nei propri mezzi, ma non solo. Qui ci si capisce come di album la band ne abbia già masticati abbastanza. C’è dunque maturità e, spesso e volentieri, quella giusta dose d’ingenuità che rende più incalzanti i pezzi. Così i cinquanta minuti di durata totale vengono continuamente scanditi da riff roboanti e schitarrate violente d’altri tempi (sporadici sono infatti i rallentamenti, come il minuto e mezzo di rumori che caratterizza “Azzurra”). Mettiamoci poi una batteria dirompente ed ecco che gli ingredienti essenziali per fare del sano rock ci sono tutti. I Còmetaverde osano sia nelle musiche che nei versi. Alternando senza logica le liriche in italiano con quelle in inglese riescono a rendere meno prevedibile l’ascolto del disco. Nelle canzoni in italiano si fa più volte largo una chiara inibizione con un divertito uso di doppi sensi presenti a più riprese. Emblematica, ad esempio, “L’Uccello Nel Frigo”. In altri momenti non hanno nemmeno bisogno di quelli e, attraverso un linguaggio piccante e disinvolto, non le mandano proprio a dire. Capita nel trascinante brano d’apertura “Finché Sono Vivo”, e prosegue poi con “Indigesta” e “Le Ciccione”. Li si va giù di brutto ma, in fin dei conti, ci può anche stare. Di base c’è una continua necessità di denunciare i propri dissensi, i conflitti interni, i malumori e tutto ciò che non si riesce a tenere dentro. Un discreto avvio per un progetto molto curioso e stravagante da seguire con attenzione nell’immediato futuro. Insomma, buona la prima.
Articolo del
12/10/2011 -
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