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E' molto interessante e altrettanto suggestivo ”Oro”, al punto che le atmosfere che vivono in questo album continuano ad accompagnarti nel corso della giornata, e anche mentre dormi, è uno di quegli album che vanno vissuti, che creano mondi immaginari, che si collegano alla tua interiorità. E' così che esprimono appieno il loro potenziale. Non ascoltatelo superficialmente. E’ il secondo album degli Orka, gruppo delle Isole Far Øer, il cui debutto sulla scena musicale è avvenuto nel 2009, con “Livandy Oyoa”, album che viene voglia di andare a recuperare, dopo aver ascoltato “Oro”. Questo gruppo ha una particolarità: i suoi membri si costruiscono da soli i loro strumenti musicali. Ciò aggiunge ulteriore potere suggestivo ai brani, rende ancora più marcato quel sapore ancestrale e ‘nature’ tipico di certo ambient, che si gusta distintamente avventurandosi tra le tracks. “Oro” è un raffinato e avvincente mix di ambient ed elettronica, con un po' di industrial, potremmo descriverlo così. Riesce difficile, però, imbrigliare questo album in un genere; si ha la netta sensazione di fargli un torto. C'è molta poesia nella musica e molta atmosfera. I ragazzi vengono dal profondo nord e si vede (o meglio, si sente): fra le note sembrano stagliarsi luci cangianti e taglienti di aurore boreali, ad illuminare abissi di oscurità, mentre si disegnano ora la serenità, ora l'inquietudine, se non addirittura qualcosa di molto simile all'angoscia. C'è un fondo che suona come tribale a pervadere tutto il disco, e ad aggiungere altro fascino. A parlare ancora di qualcosa di ancestrale, di oscuro solo perché serbato nelle profondità (dell'anima e del mondo), di lontano eppure ad un passo, perché appartiene a noi. ”Orøgv” inizia con ritmi ossessivi dal sapore tribale e poi si apre in sonorità più ampie, senza perdere ossessività. Lo stesso suono ritorna ancora in ”Betri Tidir”, ma rivisto in chiave più elettronica, come tutto il brano. ”Hungur” è tra le più interessanti, trascina immediatamente nel ritmo innalzando come un mondo di suoni distorti e martellanti e ricorda l'incedere di un temporale, e a scandirlo sembra quasi di sentire risuonare il celebre registratore di cassa di “Money” dei Pink Floyd. Si prosegue con ”Aldan Reyd”, un'altra delle più belle, la quiete dopo la tempesta, o quasi. Si inseriscono gli archi sintetizzati; ha un che di ipnotico, ma, come quel “quasi” voleva anticipare, non fatevi ingannare dalla “quiete”: i riflessi sono freddi, taglienti, le atmosfere scure. Sa di una corsa ad arrancare sulla neve, come per sfuggire a qualcosa di minaccioso, o di sconosciuto...o verso la luce. Con ”Fylgid” il ritmo ritorna più distorto, pesante ed elettronico, il cantare si fa più energico, e si distende sempre ottimamente fra i suoni. Si apre come una tranquilla cascata ”Hon Leitar”, più intima e dolce, un po' new age. Altro cambio di ritmo con ”Tad Vakrasta”, ha una costruzione sonora molto interessante, un incedere ritmato, con la voce che si arrampica su suoni impervi. Sembra esserci di nuovo un vento di temporale con ”Rumdardrongurin”, in cui vediamo, nell'aprirsi dei suoni, sprazzi di quell'aurora boreale citata prima. Come passi di lupi nella notte innevata arriva l'oscura ”Moldblak”, una delle più interessanti prima della chiusura con ”Kapersber” anch'essa decisamente suggestiva; sembra essere a metà tra una ninna nanna e un ponte sull'inquietudine. Gli Orka sono presentati come dei Sigur Ros glaciali: non è una definizione campata in aria. “Oro” è un bell'album, lo diciamo senza mezzi termini, un album interessante, d'atmosfera, a metà tra riflessione e contemplazione, immaginifico. Da consigliare per chi ama il genere ambient e simili (ma non solo, chiariamo!), le contaminazioni con l'elettronica e le avanguardie artistiche; è un'ottima occasione da scoprire per chi ama immaginare, lasciarsi trascinare dai suoni e goderne.
Articolo del
19/10/2011 -
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