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Si riassume in questo incontro di Rock alternativo e musica elettronica la seconda fatica discografica dei giovani ed emergenti Aeguana Way. Nati nel 2005 in quel della Brianza, questo trio di origine potentina, sulla scia del discreto successo del ‘debut’ “Cambio pelle” (2009) tornano in questo 2011 con un eclettico lavoro che potenzialmente potrebbe far parlare di loro. Forti di esperienze già alquanto importanti (hanno aperto ad artisti affermati quali Piero Pelù, Marlene Kuntz, Sud Sound System e altri) in questa nuova produzione hanno cercato di far evolvere la loro impronta sonora in maniera, se non originale, quantomeno coraggiosa. “Mediazione” si presenta infatti come un album ben inserito in quella scia di Rock underground, un po' indie, un po' noise, con influenze d'oltreoceano ma anche, e forse più, nostrane. Tuttavia la presenza di una buona dose di elettronica, non eccessiva (personalmente, pur provando un'avversione verso certi tipi di sonorità, non ho trovato fastidioso l'ascolto di questo disco) né troppo relegata ad un ruolo di “sfondo”, li rende maggiormente riconoscibili in quel marasma di gruppi-fotocopia. In fase di produzione, dunque, gli Aeguana Way hanno provato a cercare quella mediazione, che dà anche il titolo all'album, tra un certo tipo di musica ormai spremuto al punto da trovare pochi spazi, ed un altro invece in piena rampa di lancio, riuscendo in un connubio che offre delle buone impressioni generali. Undici tracce per 45 minuti che non annoiano, tra canzoni acide, tese, o malinconiche ed evanescenti, con un cantato-recitato (un po' Teatro degli Orrori) alternato ad urla improvvise, sorrette da cori e controcanti ben studiati, e mai ripetitivi. A sorreggere le melodie quasi sempre orecchiabili trovate dalle chitarre di Antonio Salviulo (anche voce) e Raffaele Pepe, il basso imponente di Claudio “Charlie” Lopardo. Ottima interpretazione dei testi, al contempo chiari ma sfocati, né eleganti né disarmonici, da parte del singer, che d'altronde ne è l'autore...eccetto che dell'ultimo. Merita effettivamente qualche parola a parte la track finale del disco: non la migliore né la peggiore, bensì la più irritante e martellante, e sicuramente la più efficace: testo (ad opera di Adriano Cozza) irriverente, a tratti blasfemo, a tratti volgare, sincero e condivisibile in alcuni punti; recitazione egregia da parte di Salviulo; sottofondo anonimo ed imponente, adatto al sostegno di un'interpretazione così titanica. Tutto ciò è “Commediazione – in undici attimi unici”: che vi piaccia o no, comunque non vi lascerà indifferenti! Infine bisogna dare atto all'intelligente lavoro di “Lady D.M.” che non rende monotoni e piatti i brani, fornendo anzi una ritmica sempre adatta alle esigenze... eppure mi chiedo: perché privarsi dell'espressività di un drumming reale? Avrebbe potuto dare un tocco di maggior sincerità all'intero disco, e questo è un aspetto da non sottovalutare. Dunque un album che lascia qualcosa all'ascoltatore, ed è questo l'obiettivo che ci si dovrebbe porre in fase d'incisione. Non un capolavoro, né il punto d'arrivo della carriera di una band che potrebbe avere un suo spazio all'interno del nostro panorama musicale: basterebbero un supporto maggiore ed un'evoluzione definitiva verso una “pelle sonora” che non debba essere più cambiata. Bisogna trovare se stessi definitivamente, per poter arrivare agli altri.
Articolo del
31/10/2011 -
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