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Non solo i Depeche Mode della prima ora, ma anche Kraftwerk e DAF le influenze che pervadono questo disco dalle fortissime tinte electro-dark. I testi di tutti i nove brani presenti nel cd sono stati curiosamente concepiti in un solo giorno, per fotografare e imprigionare nella memoria un momento importante nella vita di Michele Zedda e solo successivamente è stata scritta la musica. Dominata da una negativa rassegnazione, e con un bagliore di speranza, la storia che si snoda nell'ascolto di “Arlington” vuole raccontare l’egoismo e il vuoto che pervade la natura umana, fragile e debole di fronte a dogmi e stereotipi di qualsiasi tipo, incapace di godere dell'oggi, preoccupata soltanto del domani e sempre rivolta a ciò che è stato ieri. Il beat di “What Is Scared” vuole mettere in guardia i giovani dal pericolo delle paure, frutto soltanto della loro mente; davvero notevoli le tastiere di “I Am Cold”, che racconta una giornata vissuta in una cella frigorifera dietro cui si nasconde il desiderio profondo di una vita vissuta alla luce del sole, con il bisogno di lasciarsi andare e provare emozioni vere; Il mantra “Written, Read, Told And Done”, recitato come una preghiera, si interroga sul mistero della fede e sulla verità incontrovertibile dei testi sacri; “Forms”, in cui l'influsso della band di Dave Gahan è più evidente e la lenta “This Is A Good Day” svelano un inaspettato ottimismo di fondo: la felicità è imprevedibile, nascosta, e per questo spesso non viene nemmeno apprezzata; il kick di “The Man And The Rose” scandisce l'incedere incontrastato del tempo e traccia un paragone tra l'uomo e la rosa: entrambi, infatti, crescono proteggendosi dal dolore, a causa della loro insicurezza cercano l'approvazione degli altri mettendosi in mostra; la futuristica “An Evening As So Many Others” parla di un incontro fortuito di una persona tra la folla e il conseguente rimpianto per non averla mai conosciuta; nei campionamenti di “The Frame” c'è una denuncia sociale indirizzata ai media, di cui siamo schiavi e da cui veniamo imprigionati in una sorta di cornice che, anziché spingerci a condividere, ci porta all'egoismo e all'autoesaltazione; “We Are What We Are And What We Have Been” riflette sulla propensione all'eccesso tipica dell'uomo, che vuole possedere sempre di più e apparire diverso e migliore rispetto alla propria condizione. L'elettronica domina questo disco, totalmente autoprodotto, che impressiona per creatività ed estro nei primi sorprendenti brani, ma che nelle ultime tracce stenta a farsi ricordare, forse anche a causa delle tonalità che diventano più cupe e malinconiche man mano che cresce la rassegnazione e il pessimismo nei confronti dell'uomo.
Articolo del
20/11/2011 -
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