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Gorillaz
Plastic Beach
2010
Parlophone
di Andrea Belcastro
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Un decennio trascorso a navigare tra una sponda e l’altra di quel grande oceano che è la musica: tra supergruppi improvvisati, contaminazioni africane, sperimentazioni di lo-fi elettronica e una clamorosa reunion con i Blur, Damon Albarn sembra aver finalmente raggiunto la sua personale spiaggia.
A nome Gorillaz (la più eccentrica tra le sue creature citate precedentemente) Plastic Beach vede la luce dopo quasi due anni di lavoro più o meno frammentato tra un progetto e l’altro. Ed a scanso di equivoci, Albarn ha pensato le cose in grande nel produrre il suo album più caleidoscopico e visionario, circondandosi di amici, miti personali e collaboratori dalle più disparate qualifiche e radici. Così si va dalle comparsate (a volte anche in fase di scrittura dei brani) dei rapper Snoop Dogg e Mos Def alla calda voce del soulman Bobby Womack, dall’idolo del post-punk britannico Mark E. Smith all’inconfondibile timbro di Lou Reed e così via passando per la metà forte dei Clash: Mick Jones e Paul Simonon. Un grande calderone, insomma, che si rispecchia in tutte e sedici le tracce del disco, dove la varietà stilistica la fa da padrone e il genio di Albarn sembra essersi frammentato come una stella cometa a contatto con l’atmosfera terrestre. Quel che resta di questa stella, è la luce riflessa dal mare che circonda l’isolotto raffigurato nella copertina del disco. Una luce ad intermittenza emanata verso l’ascoltatore, il quale non può far a meno di riascoltare più volte questa folle creatura per cercare un filo logico nel gomitolo sensoriale intrecciato da Albarn. Questo filo sembrerebbe trovarsi al centro di Plastic Beach, perché, escludendo le prime e le ultime poco riuscite tracce, sono brani come “Superfast Jellyfish” e “On Melancholy Hill” che fanno gridare al miracolo. Capolavori di pop moderno. La frontiera del nuovo decennio appena iniziato. E se “Stylo”, seppur di buona caratura, non è un singolo a livello delle precedenti hits dei Gorillaz, se “Empire Ants” e “Broken” sono i Blur che sarebbero potuti essere e mai ascolteremo, è “Some Kind Of Nature” con un clamoroso duetto tra Lou Reed e Albarn a rappresentare il wormhole capace di riallacciare lo spazio-tempo verso universi ancora inesplorati.
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01/04/2010 -
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