|
Dopo aver esplorato con “Lirico Incanto” le arie di Puccini, Verdi e Leoncavallo, l’armonicista Max De Aloe (un musicista atipico nel panorama jazzistico italiano e molto considerato a livello internazionale) coinvolge il pianista statunitense Bill Carrothers in un progetto intitolato ”Apnea” i cui brani traggono diretta ispirazione ai romanzi del grande scrittore giapponese Haruki Murakami. Un omaggio sospeso tra la letteratura ed un jazz con echi che richiamano direttamente artisti del calibro di Toots Thielemans e Bill Evans quanto a raffinatezza di stile ed atmosfere rarefatte. C’è da dire che la musica ha sempre rivestito un ruolo importante nei libri del sessantenne scrittore nipponico. Racconti dalle tinte suggestive, malinconiche e surreali, ovvero gli stessi elementi che caratterizzano i dodici brani di questo lavoro che può considerarsi un vero e proprio concept album. La rarefazione dei suoni e l’essenzialità dell’orchestrazione donano al disco un’algida tela fatta di infinite tonalità di colore grigio. Il pianoforte di Carrothers ne disegna i paesaggi e le ambientazioni sonore mentre l’armonica provvede a popolarla di atmosfere melanconiche e meditative. A far da ponte tra una traccia e l’altra vi sono alcune letture dello stesso De Aloe di brani tratti da “Dance”, “Dance Dance”, “Kafka Sulla Spiaggia” I brani che compongono “Apnea” hanno un approccio compositivo molto libero (slegato, cioè, dalla tradizionale struttura tema-solo-tema). Tutto questo dona al disco una forte intensità emotiva proiettando l’ascoltatore in una dimensione onirica. Il disco, per essere pienamente apprezzato, richiede attenzione. Meglio ascoltarlo seduti sul vostro divano al crepuscolo della sera. Il CD si apre con ”Lontano, Infinitamente Lontano”, un brano che sembra tratto dalla colonna sonora di un film drammatico: le note di uno struggente arpeggio del pianoforte lasciano il sopravvento al lamento straziante di un’armonica. Con lo scorrere del brano, l’atmosfera si fa meno cupa per lasciare spazio ad un approccio più sentimentale e romantico. Il seguente ”Dolphin Hotel” ha un inizio a carillon del pianoforte, con note ripetute e trattenute mentre il timbro dell’armonica è modulato in tutte le sue possibili declinazioni, fino ad evocare, in certi frangenti, il suono di un bandoneon argentino. “Apnea” non manca di citazioni illustri, come ”Norwegian Wood” dei Beatles (forse il brano che più di tutti si avvicina ad un concetto classico di jazz) e ”Dear Heart di Henry Mancini, mentre ”Vito”, è una dedica alle musiche di Nino Rota per “Il Padrino”. Da segnalare, infine, brani come ”Haruki Plays the Words” e, soprattutto, la suggestiva ”Naoko’s Theme”, in cui l’utilizzo inusuale del pianoforte (con le corde pizzicate a mano anziché percosse dai martelletti) crea un effetto straniante e quasi magico. Sicuramente non mancherà di affascinare esperti e neofiti del jazz e gli appassionati della letteratura giapponese. Intimo, notturno e affascinante: “Apnea” è, a mio avviso, una scommessa vinta.
|