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Un lavoro creativo e sicuramente un esperimento coraggioso quello intrapreso da sempre nella carriera quasi ventennale dei Radiodervish, che getta le sue radici alla metà degli anni ’80 quando i suoi due componenti principali si conoscono da studenti, fino a quella odierna che gli ha portati niente di meno, per i messaggi musicali pacifici e il loro impegno umanitario, ad ottenere dal comune di Malpiniano (Lecce) la nomina di ambasciatori di pace del mondo e … come si usa dire: scusate se è poco!
“Ottima” sarebbe un aggettivo a dir poco insulso per la carta di presentazione di questo loro ultimo lavoro. Si chiama ed è molto di più di quello che sembra. Lo si può definire come un disco “raffigurativo”, ovvero uno di quelli il cui intento è l’andare oltre la musica stessa e creare la dimensione propria ideale nel quale raffigurarsi appunto. Proprio come un uomo seduto in riva al mare, racconta prettamente in tonalità nostalgiche storie e magie degli abissi, amori, perdite, speranze, ricordi e mancanze. ”Beyond The Sea” è un disco sofisticato, per pochi uditi e per amanti della poesia, del fascino. Uno di quei dischi del quale voler scrivere tanto, ma sono così ricchi di quel qualcosa da scoprire, che alla fine si scoprono infiniti. Impeccabile dal punto di vista dei testi (tutti ad opera di Nabili Salameh e Michele Lobaccaro), stupendi e affascinanti, ricchi di metafore e parallelismi, vere poesie, piccole riflessioni, incontrano atmosfere, profumi ed influenze delle quattro lingue in cui sono scritti: italiano, inglese, francese e arabo. Quest’ultima porta oltre il suono, che grazie alla particolare voce del cantante di origine proprio palestinese, si plasma alla perfezione in un fantastico e sinuoso gioco di sensazioni visive e olfattive inconsci (ovviamente), profumi di incenso, atmosfere calde e colori dorati che si confondono all’orizzonte con l’azzurro del mare e il blu delle profondità marine, lasciano senza dubbio affascinati. La titletrack ”Beyond The Sea”, è un inizio molto stile Enya misto Noir Desir della prima ”Le Vent Nous Portera” (giusto per dar l’idea), apre un percorso di mescolanze etniche e linguistiche ben amalgamate nello stesso arco di tempo di una canzone, da una strofa all’altra, che si ripetono nelle tracce successive replicando e affermando la suggestione di un lavoro delicato fatto di un puzzle di emozioni, sinuosità e atmosfere a trecentosessanta gradi che fanno il giro del mondo, da oriente ad occidente, tra suoni, ondeggiamenti vocali e musicali arabeggianti e orientali, affascinanti francesismi e i necessari tocchi di orecchiabilità universali che apporta l’inglese. Leggerissimo invece il senso patriottico della lingua italiana, ma è comprensibile visto il timbro stilistico scelto per il lavoro. Un pò ambiziosi forse: va bene il saltellare da una lingua all’altra, ma risulta uno strafare troppo prepotente in una sola canzone, che impedisce al testo di giungere completo nella sua integra essenza all’orecchio e all’attenzione dell’ascoltatore (per non parlare degli impedimenti che questo comporterebbe nelle tecniche promozionali … peggio che peggio), che inevitabilmente dovrà ricorrere al booklet per scoprirne e apprezzarne le solide basi, accurata cosa che consigliamo comunque anche agli uditi più poliglotti!
“Beyond The Sea” si afferma così, con le sue stesse barriere, conflitti interiori e non, un disco prettamente fermo sulla consapevole e voluta idea di un prodotto commerciale difficile, dal percorso affermativo tortuoso, ma piacevolmente originale.
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