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Caribou
Swim
2010
City Slang
di Maria Francesca Palermo
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Che questo sia l’anno delle invocazioni misticheggianti è roba oramai ben nota ai più: se Neon Indian, Memory Tapes, Washed Out o Mgmt fossero casualmente chiusi in una grande stanza ‘ipnagogica’ e soggetti a sperimentalismi visuo-acustici vari, siamo sicuri che anche al buio e a pupille dilatate riuscirebbero a stringersi la mano senza fin troppe difficoltà. Ma l’avvento di tale soggiorno in realtà è già accaduto, specie nei club prima che nei laboratori dei processi senso-percettivi. A completamento dei soggetti in lista si potrebbe inserire anche il nome di Dan Snaith giusto appena per raggiungere una memorabile costante di forma che ad un mare di luce e fluidità ‘dentro la testa’ forse deve qualcosa.
È oramai da un decennio che le qualità di Dan Snaith, songwriter e producer canadese di belle speranze, sono padroneggiate on stage come Manitoba; e da Milk Of Human Kindness (Leaf, 2005) ad ora rimodulate sotto altre vesti come Caribou. E che si proceda poi per Andorra (Merge, 2007) fino ad arrivare all’ultimo Swim, il ragazzo di acqua sotto i ponti, effettivamente, ne ha fatta passare parecchia, deviandola oltretutto bene rispetto alle previsioni. Il primo episodio discografico, a distanza di cinque anni riesce ancora a far versare qualche lacrimuccia electro-folk; e ciò che resta, invece, da dire del secondo è che per ambizioni e magniloquenza di stile rappresenta, tuttora, l’assoluta epitome del sound e del sentimentalismo ipnotico targato Caribou. Swim si presenta come l’ulteriore tassello di un’estetica elettronica dalla filigrana sempre abbastanza fine ma che ora si propone quale manifesto dedito più alla dance da ‘psicosi’ post-clubbing che a quel tipico sperimentalismo floreale che caratterizzò, invece, i primi due capolavori. Come infatti, di sampler epocali nel genere se ne trovano qui in abbondanza. In apertura Odessa anticipa sommariamente quello che seguirà, e fra allusioni e notturni vocalizzi avanza ascetica prima di ritirarsi in un ritornello dal ritmo più incalzante (she can say / she can say / she can say / who knows what shes gonna say). E se Sun e Bowls hanno il compito di coniugare l’ambient dei Novanta ai chakra dei propri club londinesi, Kaili segue sfruttando la scia dello stesso percorso ma in modo molto più ovattata e psichedelica. Found Out e Leave House spingendosi oltre l’ipnosi narcolettica, riescono a trovare un terreno più fertile composto prevalentemente da beat elettronici che tengono su bene l’asta della melodia anche nei passaggi più rarefatti. È l’ora, la notte è quasi finita e l’acqua è stata benedetta: Hannibal, Lalibela e Jamelia accordano la ‘santa trinità’ ondeggiando lisergiche a conclusione di un finale che non avrà soste in attesa dell’alba. Questa volta Caribou sfoggia tutta la sua maestria nel metter su pezzi molto materiali e fin troppo inafferrabili. Swim ha, cioè, tutta l’aria di essere una raccolta di percetti (alterati) e precetti (sofisticati) che giustificano un torbido viaggio sotto le mentite spoglie di un ottimo disco.
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22/04/2010 -
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