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Una ne pensano e cento ne fanno quei bontemponi dei fratelli Brewis. In cinque anni la band di Sunderland ha confezionato cinque dischi che, se il mondo fosse stato un posto migliore, avrebbero dovuto avere una rilevanza tutta diversa. David e Peter sono i perni attorno a cui ruota il progetto Field Music che in maniera, più o meno, alternativa possiamo anche presentarlo come un ‘campo’ sonoro tipicamente britannico; uno spazio che scaturisce da un sofisticato rimaneggiamento del pop, un luogo sconfinato nel quale muoversi e fluttuare liberamente.
Dopo aver affilato le lame compositive mettendo capo a due progetti paralleli (School Of Language e The Week That Was) David e Peter hanno ripreso a lavorare insieme, tirando fuori un disco assai vario nelle soluzioni, nei temi e negli scenari. Va detto subito, infatti, che Measure è parecchio ispirato musicalmente: doppio album (per la precisione venti pezzi) arrangiamenti calibrati a millimetro e prosegui di chitarre pesate a dettaglio con aperture orchestrali che regalano, puntuali, il giusto colore là dove serve. In un certo senso questo nuovo lavoro è, forse, la summa della loro carriera, non solo per la sua ponderosità, ma perché in esso converge definitivamente la storia ultradecennale del rock britannico al quale la messa in forma compositiva dei Field Music deve molto.
Si parte con In The Mirror che apre maestosa le fila del discorso, allargando di continuo su di un lavorio ritmico e chitarristico dissonante; meravigliosa è Each Time Is A New Time che vive quasi solo delle pulsazioni delle corde e degli intermezzi di flebili tastiere levate in ultimo dall’avveduto falsetto dei Brewis. Ma a farvi sentire davvero a casa ci pensa la title-track Measure tenuta su da magniloquenti violini sui quali poggia una sezione ritmica e percussiva che procede austera e sempre a passo felpato. Si cambia un po’ registro con Let’s Write A Book che guizzante si risolve in linee di basso coraggiosamente funk. E se il fine primo tempo si chiude con Lights Up e You And I, due micidiali canzoni pop fra le più malinconiche dell’album, The Rest Is A Noise e Curves Of The Needle ristabiliscono subito la rotta del percorso anche nella seconda parte del disco: un concept album nato per essere un una distesa circolare di interludi, e reprise di racconti e melodie sempre ben assortite. Ora l’andamento dei pezzi si fa più stilistico e si avvale di toni più pacati (Choosing Numbers) e confidenziali (Precious Plans). Episodio quasi totalmente strumentale è See You Later che scandita dalle note di un piano, su di uno sfondo di rumoreggiamenti urbani a bassa fedeltà, trova nello stornellato ‘arrivederci’ del finale la sua più degna conclusione. Something Familiar e Share The Words completano il quadro di strati melodici fatti di batteria, piano, spigolosi riff di chitarra, bassi appena accennati e voci altisonanti.
La scrittura del pop è in buona sostanza tutta qui: Measure è un album che assembla in modo piuttosto lineare venti (a tratti interminabili) tracce, intessendo parole con ritmi in levare e fiati a volontà. Chiaramente, in più di un ora filata di musica si scorgono anche dei vizi pericolosi ma che forse, sono laceranti più per l’uditore che per il compositore. A questo punto, dunque, voi fate lo stesso un bel sorriso, e decidete se fuggire o sprofondarci dentro.
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