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Sembra proprio che Danger Mouse, ovvero Brian Burton, il noto produttore di gruppi come Gorillaz, Black Keys, The Good, The Bad And The Queen (solo per citarne alcuni), non possa proprio stare senza la musica. Questa volta però, anziché investire su qualcun altro, ha convinto James Mercer, vocalist degli Shins, a suonare con lui in un gruppo chiamato Broken Bells.
La leggenda vuole che Burton abbia avuto l’idea di suonare insieme al buon Mercer quando, al Roskilde Festival del 2004, i due ebbero una conversazione e si accorsero di condividere parecchi interessi musicali, oltre a nutrire una profonda stima reciproca. Da lì, dopo aver dato l’annuncio ufficiale della formazione, il 29 settembre 2009, il 9 marzo del 2010 hanno dato alla luce il loro primogenito, col nome di Broken Bells, per l’appunto. Due menti come le loro non potevano che partorire un disco di incredibilmente bello e, infatti, quest’opera prima è un gioiello musicale prezioso, che si degusta dall’inizio alla fine come un gelato dal sapore solare ed emozionante. Una colonna sonora perfetta per l’estate date le sue melodie dolci, acri e un po’ malinconiche. Apre il disco l’assolata, desolata ed andante The High Roads, primo singolo estratto, che si presenta contemplativa e placida col suo semplice giro di chitarra acustica, incorniciato da suoni di tastiera e synth minimali ed evanescenti che strisciano in sottofondo per essere sovrastati dalla voce asciutta e svogliata di Mercer. Segue Vaporize, caratterizzata da una parte ritmica sgretolata e un piano elettrico che accelerano leggermente i tempi di apertura piegandosi ad una malinconia avvolgente che fa di questo pezzo uno dei più belli del disco, soprattutto per la variazione centrale che quieta il groove sostenuto, mettendo in risalto l’arioso cantato del cantante degli Shins. Your Head Is On Fire è invece uno sbiadito acquerello che scivola tra coretti e violini, con una melodia circolare che viene interrotta da un finale puntato che si dissolve tra effetti acquosi e giri di basso suadenti bruscamente interrotti, a loro volta, dall’incalzante ed elettro-pop The Ghost Inside, in cui clap anni ’80 tengono il tempo di una melodia semplice ed elementare su cui Mercer canta in un buffo falsetto. L’onirica Sailing To Nowhere è probabilmente il brano più bello e articolato dell’intero album, o almeno quello che a primo ascolto colpisce di più con i suoi violini, la melodia a dir poco affascinante e le toccanti atmosfere novecentesche, capaci di dirottare l’ascoltatore verso altre realtà fantasiose e meravigliose. Da questo punto in poi il disco procede quasi sfumando verso la fine attraverso le placide e serene atmosfere suggerite sin dall’inizio riprese in Trap Doors e in Citizen giocate su semplici giri di chitarra e giocose fantasie di piano elettrico; le sonorità spaghetti western di October e la beachboysiana e accattivante Mongrel Heart. Il finale sorprende con l’elettronica aggressiva e un po’ cupa ( sempre nei limiti di un disco del genere) di The Mall And Misery, un pezzo un po’ atipico dato lo standard dolce e sognante dell’album.
“Melodico e anche sperimentale” è il modo in cui questo disco è stato definito dai suoi autori. E’ una definizione calzante perché non si può non parlare di melodia quando si ha a che fare con la voce di Mercer e non si può non parlare di sperimentazione quando si ha a che fare con uno come Danger Mouse che tende a mescolare l’elettronica con gli stili musicali disparati. Tutto il disco, inoltre, sembra ruotare intorno ad un antitesi di classico e moderno, aulico e profano, in un connubio che esalta alla perfezione le peculiarità dei due artisti che con melodie semplici e poco articolate hanno creato delle suggestioni che non potrete fare a meno di sentire e risentire e risentire...
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