|
Abbiamo aspettato un po' prima di azzardare abbozzi di recensione a questo lavoro, osannato in giro per la rete e per il globo e oramai da diverse settimane nelle nostre orecchie. Il Gonjasufi in questione è un maestro yoga, dagli infiniti nomi – Sumach Ecks, aka Sumach Valentine, aka Randy Johnson (come il giocatore di baseball!?), etc. – accampato nel deserto del Mojave, ma ora avvistato a Las Vegas in Nevada, con dreadlocks e barbona, che qualche benpensante definirebbe: “dall'aspetto di un fattone”. Il Killer del titolo, che l'accompagna, è un vicino californiano: Gaslamp Killer, invasato dj, producer, remixer di casa WARP, etichetta sempre mirabolante, che ospita il primo lavoro del nostro Gonjasufi (accompagnato in produzione anche da Flying Lotus – col quale aveva già collaborato in Testament, pezzo contenuto in Los Angeles di FlyLo – e Mainframe). E con la calma che ci siamo presi, anche in ossequio all'accidia ipertrofica che trabocca dall'insieme di queste 19 tracce, ci sentiamo nelle condizioni, per quanto stordite e instabili, di affermare che siamo dinanzi a una roba molto potente. In tutti i sensi, probably!
Si entra subito nel vivo con i primi 50” di intro tra cori e tamburi lontanamente africani. Si prosegue con due piccoli frammenti di sbilenco western-pop (Kobwebz) e di arpeggi con riverberi effettati da Flying Lotus e voce ubriacante del nostro Sufi (Ancestors). Quindi Sheep, che inizia come un mariachi soffocato e sboccia in un sottofondo di femminili sussurri pop anni '50/'60, metà softcore, metà clubino di periferia: una specie di Serge Gainsbourg post-coloniale, chiude con un gorgheggio arabeggiante che incrocia “I'm a lion, babe!”. E poi She's Gone: una hit che parte subito col ritornello, poi somma malinconia mitteleuropea, con una filastrocca cavernosa: una ballata che rimane in testa, tra Jim Foetus e un lonely crooner con ottima ganja; continuerà a suonarvi nelle orecchie per giorni! Dopo un altro paio di intermezzi anche tirati (SuzieQ) arriva quello che da mesi è il pezzo più conosciuto di questo disco: Kowboyz & Indians, in cui le distorsioni rumoristiche e cervellotiche incrociano nenie punjabi, ovvero simil-reggaeton, ed evocano danze selvagge, che vi obbligano a muovere almeno la testa avanti e indietro. Quindi si alternano spolverate psycho (Dust, Advice, Ageing), accenni di capolavori funky con bassi potenti (Change e Candylane), marcette synthetiche e circolari con canto disperato, dal quale non ti staccheresti mai (Holidays). E moltissimo altro: tastiere quasi epiche, armonie da sciamani, attitudini nomadiche, fakes dopati, cori di moltitudini ebbre, che ci conducono nell'onirica ballata finale: It's finally Made.
È una specie di cornucopia di sonorità questo lavoro, che avrebbe potuto dar vita a quattro cd diversi. Potremmo intenderla come una summa, che anticipa gli anni dieci a venire. Ma è anche un caravanserraglio della pop-post-modernità sonica: una digressione temporale e geografica che può accompagnarci nelle gelide albe metropolitane di rientro dal dubstep di qualche nottata; così come nel calore tropicale rinfrescato da un Cuba libre molto storto. E il Gonjasufi che ci sussurra, borbotta, raschia, urla, lamenta nelle orecchie sembra avere le sembianze di un Remo Remotti meno sguaiato e di un Tricky meno oscuro. Forse ci sbaglieremo, ma ci sembra un lavoro notevole! E non vediamo l'ora di vederlo all'opera, accompagnato dal fido Gaslamp Killer, il 22 maggio a Dissonanze 10: “Play it again, Gonjasufi!”
|