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The Tallest Man On Earth
Wild Hunt
2010
Dead Oceans
di Andrea Belcastro
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Altro esponente di punta del revival anni ’60 promosso in primo luogo dalla rivista Pitchfork, The Tallest Man On Earth (all’anagrafe Kristian Matsson) giunge con Wild Hunt al secondo album in studio dopo l’Ep d’esordio nel 2006. Se però con Fleet Foxes, Grizzly Bear e Morning Bender gli elogi elargiti in grande quantità sembrano essere giustificati in pieno dall’aggraziata e a volte stupefacente resa melodica e sonora fornitaci. Il folk singer svedese qui in esame sembra all’opposto, nel 2010, un pesce fuor d’acqua.
Un retroterra musicale che è legato e chiuso a quattro mandate verso il menestrellismo dylaniano della prima ora. Strumentazione ridotta al lumicino della sola chitarra acustica suonata con un fingerpicking ripetitivo e sensorialmente poco stimolante. Se a ciò aggiungiamo che il tizio scandinavo imita in maniera ridicola la voce del maestro Dylan, la situazione appare tragica per due motivi: primo, il più famoso cantautore del ‘900 non sarà certo mai ricordato per le qualità delle sue corde vocali (con evidenti conseguenze spiacevoli per gli eventuali epigoni); secondo, questo sarebbe un problema minore se fosse allentato da un songwriting di qualità. Cosa che puntualmente in Wild Hunt non avviene. Perché, se le atmosfere generali sono proprio quelle del capolavoro The Freewheelin’ (1963), di contro, le canzoni scritte da Matsson sono poco ispirate, piatte e senza dubbio meritevoli di essere scaricate nel dimenticatoio senza troppe chiacchiere.
I facili entusiasmi letti in giro per il web andrebbero revisionati, se non altro perché, nonostante la crisi economica del settore, dopo un decennio ricco di brani di ottimo spessore è davvero impresa titanica riuscire ad indicare un pezzo di questo lavoro che riesca a mettersi in mostra per qualche caratteristica meritevole. Ad essere davvero buoni e con uno sforzo sovraumano, salviamo con un “sei rosso” la discreta apertura melodica di King Of Spain, la vaga orecchiabilità di Love Is All e l’apprezzabile arpeggio di A Lion’s Heart, canzone che per il resto è una sorta di cover patchwork dell'onnipresente Bob Dylan.
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19/05/2010 -
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