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Sesto album di studio per Rufus Wainwright, il talentuoso interprete e songwriter canadese che si è imposto all’attenzione di tutti in questi ultimi anni. Questo All Days Are Nights: Songs For Lulu è il primo disco che Rufus pubblica dopo la morte della madre, Kate McGarrigle, affermata folk singer fino a qualche anno fa. Forse è per questo che Rufus Wainwright cambia direzione: mette da parte gli arrangiamenti sontuosi fin qui a lui tanto cari, e ci presenta un album per soli piano e voce, composto di nove composizioni originali e di tre preziosi adattamenti in musica dei Sonetti di William Shakespeare. Sì, avete letto bene, Shakespeare: nessuno ci aveva pensato prima d’ora (forse perché il rischio era troppo grande), ma Rufus è sicuro dei suoi mezzi, del suo talento, e in effetti ascoltare le sue fedeli interpretazioni del Sonetto 10, del Sonetto 20 e del Sonetto 43 si rivela un qualcosa di straordinario, che ti restituisce una grande pace interiore.
Il nome stesso dell’album All Days Are Nights è preso in prestito dalle ultime righe del Sonetto 43, mentre la Lulu inserita nella seconda parte del titolo, potrebbe rappresentare quella figura femminile oscura e pericolosa che Shakespeare definiva “dark Lady” e che abita la sfera intima di ognuno di noi. In realtà la donna in questione sarebbe Louise Brooks, protagonista di un vecchio film Il vaso di Pandora del 1929. Le armonie del disco sono quanto mai semplici e rarefatte, ma non si tratta di un album di facile ascolto. Gli arpeggi di Who Are You New York?, il primo singolo tratto dal disco, trasformano il brano in una piacevolissima e molto suggestiva pop song. L’infinita tristezza di Sad With What I Have è un qualcosa che stringe il cuore, mentre Martha è un brano ispirato da un testo scritto da sua sorella, Martha Wainwright, per l’appunto, anch’essa cantante. Ma il brano più autobiografico dell’album è senz’altro Give Me What I Want And Give It To Me Now!, una ballata davvero toccante, un pezzo ispirato ma di una malinconia profonda, che non prevede consolazione alcuna, che racconta di sogni e delle inevitabili disillusioni. Su True Loves Rufus torna a parlare di amore, non importa soffrire, meglio farlo, piuttosto che avere un cuore di pietra, insensibile a tutto, ed il canto è limpido e cristallino come gocce di pioggia in Paradiso. L’album si chiude con Zebulon, un’altra slow ballad molto triste, scritta al capezzale di sua madre Kate, mentre era ricoverata in ospedale a Montreal.
La musica ed il canto in questo disco risultano speciali, sembrano davvero essere l’estremo rimedio al dolore, alla sofferenza, di fronte ad una sconfitta, alla fine di una relazione sentimentale o alla perdita di una persona cara. Melodie a dir poco sublimi che ti permettono di venire a patti con la tristezza che permea l’album.
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