|
Dandy, romantici, citazionisti, moderni e modernisti, provinciali e metropolitani, pop e noir e adesso anche mistici: dei Baustelle se ne sono dette tante e di tutti i colori in questi anni nei quali, partendo dalle nicchie di fans delle prime produzioni indipendenti, sono diventati ormai quasi un classico nello scenario della musica pop italiana.
Compiuto il salto ad una major (la Warner) con il bellissimo La Malavita uscito nel 2005, si sono confermati poi con il successivo Amen (2008) su ottimi livelli di scrittura e sul delicato equilibrio tra musica di impatto e di presa anche sul grande pubblico, musica pop, bilanciata da una sempre intelligente stesura delle liriche ironiche, sferzanti, cariche di citazioni e di un uso brillante nei giochi di parole tra significato e significante spesso ribaltati o usati in modo spiazzante, e degli arrangiamenti che senza pretese di virtuosistiche tessiture non si lasciano mai andare a soluzioni scontate ma provano a ricamare su piccole significative varianti attingendo all’universo (italico e non) della musica pop. Tutto ciò premesso, per oltre quindici anni di carriera I Mistici dell’Occidente poteva essere il passo nel vuoto, lo sbilanciamento verso un suono definitivamente più radiofonico, meno coraggioso, o la presa di coscienza che adeguandosi a certe logiche di mercato, le fantasie e la spontanea e provocatoria cifra stilistica “baustelliana” rischiassero di diventare maniera e prevedibile auto citazionismo.
Diciamolo subito: niente di tutto ciò. Nessun rinnegarsi, nessun ripensamento clamoroso ma neanche il noioso ripetersi di schemi consolidati. I Mistici dell’Occidente è un disco solido, di carattere, che magari non trova tutti gli spunti del capolavoro La Malavita e che inevitabilmente non si ritaglia inattaccabile e fresco com’erano stati lavori come il Sussidiario illustrato della giovinezza o La Moda del lento. Ma si regge sempre, anche dove scricchiola un pochino, anche dove non brilla, perché nel suo complesso lascia un segno importante, e la piacevole sensazione di volerlo subito riascoltare. Francesco Bianconi (autore di tutti i testi del disco e di tutte le musiche ad eccezione di un paio di brani che per la parte musicale sono co-firmati col chitarrista Claudio Brasini o con il bassista Alessandro Maiorino, o co-firmati con l’altra vocalist, Rachele Bastrenghi, tastierista dallo sguardo azzuro ipnotico e magnetico, autentico doppio del front-man, Bianconi) lo ha definito una sorta di disco folk/rock anni ’60-’70, ed è vero che spesso le andature ritmiche, serrate, rotolanti condite da chitarre elettriche poco “lavorate” rimandano ad un suono ruvido, datato (si sentano le chitarre di San Francesco, con Bianconi stranamento impegnato su registri vocali acuti, oppure Le Rane, con basso e batteria morbidamente seventies e le Gibson che si adagiano imperterrite, onnipresenti) ma quasi sempre, quando sembra che gli spigoli si appuntino troppo, entra un synth, o gli archi o i fiati avvolgono con puntuale contrappunto oppure con sontuosa energia, o pennellano con brevi tratti composizioni che si muovono quasi sempre su dinamiche melodiche efficaci, felicemente incisive. A differenza dei primi lavori quasi felicemente paranoici nel cercare naturale location del racconto sulle strade dell’adolescenza, o delle scelte quasi da concept che avevano caratterizzato La Malavita e Amen, gli ultimi due lavori, stavolta invece ci si muove quasi sempre a raccontare un oggi e adesso, anche se le sensazioni dell’oggi rimandano spesso ad un nostalgico come eravamo (come ne Le rane, dove più che altro si legge un come eri e come ero e come siamo diventati) o un come non siamo e come avremmo potuto o voluto essere. Liriche e melodie vanno così a braccetto a recuperare sensazioni perdute, o istantanee di una vita buttata via o vissuta col cuore a pezzi, alla luce quasi sempre di un disagio moderno, quando non addirittura modernista (dove la citazione, come al solito nella scrittura dei Baustelle diventa talmente personalizzata che non può che essere così evidente, palese, da diventare originale e non derivativa). Così è nel pezzo probabilmente più forte dell’album, Gli Spietati, capace di citare i Rokes, gli spaghetti western, Morricone, in un vortice di archi, su un motivo killer, cinematografico, dove “gli spietati salgono sul treno e non ritornano”, ma soprattutto dove in un contrappunto di voci e fiati la canzone racconta un romantico e straziante, quasi cinico eroico vivere senza pietà, senza verità, condannati a lasciarsi così dal finestrino di un treno, mentre gli spietati, cinici e illusi salgono insieme su quel treno. Sconfitti ma insieme. Quindi finalmente salvi, nonostante tutto. Fino al crescendo finale che cita Rino Gaetano, con un lirismo appassionato, lancinante, definitivo.
I Baustelle potrebbero essere questo, soltanto questo e sarebbero già su un gradino sopra la media, ma i “mistici” sono proprio coloro che provano a vedere le cose in modo diverso, a “ribellarsi”, ora e adesso ad un contesto triste e desolante. Quello laconico, grigio, visto quasi alla moviola, della spiaggia di Follonica (dove torna il tema svolto quasi a tinte psichedelicamente sbiadite del doppio: “Gettati via dormono inutili siringhe e barattoli visti così vinti ed immobili davvero sembriamo noi”, quello da rivoluzionario dei tempi moderni, nell’anti-conformismo di un’icona ormai sbiadita, capovolta, come San Francesco, o quella livida e acida delle Groupies, dove potentissimo è il riferimento citazionista allo spaghetti sound morriconiano, sia nel vocalismo della Bastrenghi che nello sviluppo ritmico, condito di suoni di campane e di chitarre western per un tema tutt’altro da deserto (in un brano dove tra l’altro torna ancora il tema del moderno perdersi dello spaesamento metropolitano). Non meno brillante la band quando deve “tirare” come nel rock di La canzone della rivoluzione (che cita il cinema italiano di Corbucci e il suo Vamos a matar) e dove il lavoro di Mc Carthy (già all’opera in passato con Rem e U2) co-produttore del disco insieme a Francesco Bianconi, sostiene anche le visioni più rock. E’ vero che la voce di Bianconi quando va a pescare nelle sue note più “deandrèiane”, trova probabilmente più lucida e disinvolta caratura, sul territorio morbido come quello della stessa title track (dove ricorda in maniera smaccata proprio il grande Faber, in un pezzo che parte da toni limpidi, quasi medievaleggianti per poi allargarsi con prepotente e disincantata ribellione, “no ci salveremo disprezzano la realtà e questo branco di coglioni sparirà sarà dolcissimo distruggerci vedrai e come i cieli amore nitido sarà”) così come quando la sua cadenza baritonale si sposa con quella velata della Bastrenghi (come nella già citata Gli Spietati) l’effetto è sempre emozionante, salvo poi lasciare solo a quest’ultima il microfono su La bambolina, ancora una volta quasi a tempo di marcia, ancora carica di riferimenti ad un certo suono da cinema alla Sergio Leone, ritratto di una donna venduta suo malgrado, venduta al consumismo e alla cultura dell’immagine, dove non manca anche la preghiera urbana, notturna, metropolitana, fatalmente laica: “Cristo delle peggio borgate/ Delle vite sprecate/Buon Dio dell’estate/Accendi un bel fuoco/Brucia la modella smagliante/Sul cartello gigante/E il suo triste sesso/Sia fine a sé stesso”. Ed è ancora la voce femminile, che come sui titoli di coda, sulla finale L’ultima notte felice del mondo, racconta con velata e malinconica leggerezza un’ultima, poetica solitudine, alla quale non mancano gli accordi che provano ad allacciare magari tutte le storie in una sola: “Mentre la mafia giurava vendetta /L’attrice di un tempo era già via da qui”, e trova il guizzo di geniale, cinematografica poesia contemporanea con quel “Come fosse l’ultima notte felice del mondo / L’ultima notte importante / Per dimenticare di essere soli /Di essere soli da sempre”. E in una sola frase c’è tutto un racconto, un’istantanea che è musica e storia in un momento.
Ecco, forse l’unica pecca di questo I Mistici dell’Occidente è forse che i guizzi geniali, le intuizioni da brivido, le immagini, le istantanee, i tocchi di ironica spavalda maestria, che nei dischi precedenti strappavano applausi e colmavano di talento gli ascolti, questa volta sono di meno, sono pochi, forse relegati da un progetto musicale più solido, più elaborato, più programmato, sempre di qualità ma magari un po’ meno visceralmente geniale rispetto alla complessa semplicità che ce li ha fatti amare fino ad oggi. Ma nonostante tutto, i detrattori sono avvertiti, i Baustelle continuano ad avere pochi rivali nel nostro panorama. Non si perdono, insomma, forse un po’ più mistici ma ancora capaci di ricca e fresca vitalità. E spesso, nel pop questo conta più di tutto.
|