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A tre anni di distanza da Boxer si rifanno vivi i gemelli Dessner. Ed è il solito giro di boa. Perché questa è la storia degli ultimi che saranno i primi, e centrano il bersaglio alla faccia degli altri che ancora stanno ad aspettare. E la verità che attende l’epilogo è di quelle di inaccettabile bellezza, che cambiano per sempre il corso degli eventi. Adesso i National stanno alti in graduatoria, stanno lassù insieme a gente come Arcade Fire o Modest Mouse, e con loro dettano i tempi e la sintassi nord-americana del rock pensoso.
Con High Violet la band dell’Ohio approda definitivamente alla formula definitiva di una scrittura ancora elegante e perennemente fedele alla consueta strumentazione del rock. E così che nell’album troviamo Richard Parry (Arcade Fire) e Justin Vernon (Bon Iver) alla chitarra e alle voci, più una serie di noti personaggi già presenti nell’ultimo lavoro discografico, come Nico Muhly, Padma Newsome e Marla Hanson. High Violet è un album che porta con sé la dolcezza del titolo anche se tutto si fa scontro dall’inizio alla fine, tutto diventa uno conflitto omogeneo e coerente. È un album massimalista questo sesto lavoro dei National, che spinge in avanti con idee, arrangiamenti e soluzioni più riflessive almeno rispetto ai due termini di paragone precedenti, Alligator (2005) e Boxer (2007). La certezza che si tratti, anche stavolta, di un lavoro di qualità ampiamente superiore alla norma, sono i pezzi che seguono di qui a breve. La sensazione generale è che tutto sia delicatamente sospinto da una scalpitante sensibilità vitale (Terrible Love) che parla di debolezze umane (Sorrow), piccole speranze (Little Faith) e di emotività tutte raccolte da un’era (Anyone’s Ghost). Stritolato da una cappa, a Matt Berninger questa volta non resta che scrivere un’epistola bruciante dall’interno. Afraid Of Everyone è una missiva che si carica come una miccia sospinta sul finale da una chitarra che aumenta la tensione baritonale di Matt e che, infine, si lascia placare solo dai tocchi di Sufjan Stevens all’harmonium e ai cori (Venom radio and venom television / I’m afraid of everyone / Your voice is swallowing my soul, soul, soul). C’è stile negli arrangiamenti, pause e riprese sono quelle giuste. Arriva così, anche, l’ennesimo gioiellino dell’album: Bloodbuzz Ohio rompe la rassegnazione delle tracce precedenti consegnando un andamento di tono più incalzante. La seziona ritmica pulsa come le è consueto in Conversation 16 mentre la batteria ricuce con gelida precisione un tessuto decadente e maestoso. A riprova di una voce assai espressiva e che sa cosa sta dicendo testimoniano Lemonworld e Runaway, due pezzi in grado di far luccicare il canovaccio dei National con un crescendo armonico degno delle migliori ballate. Ma è il valzer del perdente di Vanderlyle Crybaby Geeks che vale (e chiude) l’intera opera: dopotutto, suggerisce il pezzo, non c’è da rammaricarsi né da sorprendersi perché arriverà il giorno in cui tutti saranno perdonati e anche gli ‘sfigati’ comprenderanno ogni cosa (Vanderlyle crybaby, cry / All the borders are risin’ / Still no surprisin’ you / Man, it’s all been forgiven / I'll explain everything to the geeks).
Vagamente già sentito ma comunque un album fresco e rigoroso, poiché costruito e lavorato in modo molto personale. High Violet non si scrolla facilmente di dosso e ha tutta l’aria di voler essere un lavoro semi-eterno. Perché? Parafrasando una poesia di Emerson, perché riesce a conservare nel mezzo della folla con perfetta dolcezza quell’indipendenza della solitudine che solo i grandi sanno dimostrare di possedere. Chapeau!
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