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The Black Keys
Brothers
2010
V2
di Tiziano Mazzenga
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Chi aveva già storto il naso con Attack And Release, l'ultimo album dei Black Keys, prodotto da Danger Mouse che fortificava il muro sonoro del duo di Akron snaturandolo però dal suo essere garage, odierà profondamente questa fatica e si chiederà: “Che fine hanno fatto le varie 10 AM Automatic, Till I Get My Way o Set You Free? Con quella dannata chitarra grossa e ipnotica e quella batteria quasi distrutta alla fine di ogni pezzo?” e butterà via il disco in un istante. Non fatelo. Thickfreakness e Rubber Factory ormai sono solo lontani ricordi, al suono scarno e garage-blues vengono aggiunti nuovi suoni bagnati di funk e soul e nuove sensazioni.
Registrato a Memphis, al Muscle Shoals Sound, dimora del Rhythm 'n' Blues americano, la band dell'Ohio sente tutta la storia che quei muri raccontano e si muovono in un album che mantiene salda la loro matrice bluesy, ma suonata con un piglio vintage e con la foto di Marvin Gaye vicino all'amplificatore. La chitarra di Dan Auerbach da primadonna che era diventa più docile, più attenta al groove e lascia spazio al basso, alle tastiere, al mellotron, alla batteria del fidato socio Pat Carney e ai campionamenti psych, fondendosi con la tela tessa dagli americani.
Lo stomp dell'occhialuto batterista fa sentire tutti a casa e al sicuro nell'iniziale Everlasting Light, ma è quando fa la sua comparsa lo straripante falsetto di Auerbach l'atmosfera diventa estremamente funky e il sapore rimarrà in bocca per tutto il disco, soprattutto se rafforzata dal singolo di traino prodotto da Danger Mouse Tightened Up o nella sfacciatissima Sinister Kid. Le tracce che meglio si legano al passato della band, le iniziali Next Girl e She's Long Gone non lasciano particolare traccia di sé, ed è grazie ai pesanti riff in stile Green River dei Creedence della strumentale Black Mud che il duo chiude col passato: niente viene più suonato come prima. Allora “quasi” non stupisce più il soul di The Only One, o il loro cimentarsi nella ispiratissima cover di Never Gonna Give You Up di Jerry Butler del 1968, o l'idea di far rivivere un vecchio disco Motown con These Days.
Ascoltando Unknown Brother e il suo sentore di altri cotanto finti fratelli Jagger-Richards, l'opera di trasformazione dei Black Keys può dirsi completata: toltisi dall'etichetta di anti-White Stripes a inizio millennio e assorbita la lezione impartita da Brian Burton/Danger Mouse in Attack And Release, il duo bianco americano si presenta qui in piena evoluzione e fervore creativo, sfornando un grande album, anacronistico, folle e che ha come unico difetto l'impeto dei due, che li porta ad incidere quindici tracce per un'ora scarsa di esecuzione. Fossero sempre questi i però...
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10/06/2010 -
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