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Non so quanti di voi ricorderanno i World Party di Karl Wallinger ma per chi scrive il progetto solista dell’ex Waterboys rappresenta, a distanza di due decenni, uno dei punti di riferimento di quel movimento d’estrazione Sixties che, a cavallo tra la fine degli anni Ottanta e gli inizi degli anni Novanta, avrebbe contribuito alla nascita del Britpop e dei suoi più illustri rappresentanti quali La’s, Stone Roses e Blur (eccezion fatta per gli Oasis e per i Verve, a causa di personali quanto stupidi motivi epidermici). L’opportunità della riscoperta dei World Party, e in particolar modo di Goodbye Jumbo del 1990, ci è data non tanto da una celebrazione del disco in questione da parte degli addetti ai lavori in occasione del suo ventesimo anniversario quanto, invece, da una più che casuale e banale riorganizzazione primaverile dei miei “materiali sonori”, gradevole passatempo che, spesso, riporta alla luce gemme di ordinaria bellezza inghiottite dal tempo e dimenticate dai critici. Sarà forse che l’indie-cultore a forza di scavare il “fondo del barile” rischia di trascurare certi lavori così belli e così straordinariamente popolari? Oppure sarà colpa di un retaggio culturale che nel corso degli anni, vuoi per svogliatezza, vuoi per consuetudine o vuoi ancora per un eccessivo atteggiamento anticonformista ci ha portato a omettere di default certi piccoli capolavori? Mah... Comunque, al di là della ricerca di una spiegazione ben precisa, resta evidente che Goodbye Jumbo è un gran disco che molti recensori, a causa di un atteggiamento onanistico e poco emancipato, hanno relegato nell’oblio. Non a caso, infatti, soprattutto in quest’ultimo decennio non si è fatto altro che produrre e tessere lodi sperticate per dischi perlopiù carini ma spesso manieristici e irrilevanti. Un comportamento che ha prodotto confusione e che ci ha fatto ignorare fatiche ben più importanti e rivelatrici di un’epoca come, appunto, questo secondo album del multistrumentista gallese che, tre anni dopo Private Revolution del 1987, realizza uno dei lavori più cristallini del british sound e di quello che oggi potremmo tranquillamente definire “pop contemporaneo”. Composto, suonato, arrangiato e naturalmente cantato dallo stesso Karl Wallinger, “Arrivederci Jumbo” è l’opera migliore di un artista che in un solo colpo riesce a frullare i Beatles, Donovan e Prince mettendo in luce melodie a tutto tondo poggiate su basso/batteria/chitarra e capaci di riempirsi anche di spunti orchestrali, di cori, di sonorità sintetizzate e di battiti elettronici. Wallinger scrive testi di protesta ambientalista (come si può intuire già dalla sua immagine di copertina) che, tuttavia, non perdono mai la speranza per il futuro ma soprattutto che sanno parlare al cuore e all’io più profondo attraverso canzoni da classifica ma di indubbia qualità come, per esempio, Way Down Now, Put The Message In The Box, Take It Up o ancora Love Street che, una volta ascoltate, difficilmente riuscirete a togliervi dalla testa.
(pubblicato per gentile concessione di www.musicletter.it)
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