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Già autori dell’ottimo Embrace, del quale avevamo tessuto le lodi in sede di recensione, ecco il successivo capitolo di una band per la quale fare carte false, inghippi, imbrogli e corruzione è giustificabile. Stiamo parlando degli Sleepy Sun, band capace di prenderti per mano e senza un solo movimento di scagliarti direttamente sulle strade assolate della California, fra viaggi psichedelici e panorami multicolore.
Impressionante la capacità di maneggiare la materia melodica, modellarla in favore di una certa psichedelia vicina ai Jefferson Ariplane. Tutto questo è Marina potente affresco lisergico cangiante, fatto di chitarre sognati e stridenti. La sapiente capacità di unire in modo equilibrato i vari generi lascia di stucco. Si viaggia su altissimi livelli e lo si fa in modo alterno fra cavalcate acide, ricche di fuzz, e ballate acustiche degne di CSN&Y in Rigamaroo dove le due voci, uomo/donna, si inseguono sposandosi a meraviglia. A quota tre i reattori della band forniscono quel propellente necessario per superare l’atmosfera terrestre proiettando i nostri in un sound micidiale, incontenibile per belle visionaria. Wild Machines è una ballata lenta e psichedelica, stabile tanto quanto la nitroglicerina, “to handle with care” direbbero gli americani. Il sentiero seguito da questa band non è complesso ma contorto, ricco di saliscendi, di pendii ripidi e distese immense. I colori sono vividi, come se fossero colate prodotte dal’effetto del peyote. Ooh Boy abbassa i toni, riacquista la sua intimità lasciando spazio subito dopo a Acid Boy fatta e strafatta di qualunque cosa abbia un alto potere psicotropo. Non poteva mancare la base hard/blues di Desert God, esplosione di chitarre e riff circolari in cui sono intrappolati i cori che ci conduce verso la fine del viaggio ricollegandosi direttamente a Sandstorm Woman, un capolavoro assoluto di luci, di raggelante lentezza narcotica. Un blues di altri tempi, deviato e narcotico, le linee di basso agiscono come un’ossessiva formula sciamanica per scendere nella struttura profonda, in uno stato di trance dove le sensazioni si amplificano, i colori si accendono e il calore cura l’anima e il corpo. La voce viene sommersa da feedback, wah-wah e armoniche acide, per una discesa mantrica, dal ritmo crescente che, lentamente, però rallenta, come il battito di un cuore che sta per cedere dopo una tachicardia letale.
La voce di Rachel Fannan è di quelle che possono di buttarvi da un grattacielo di trecento piani e non fareste una piega, eseguendo l’ordine senza dar peso alle conseguenze. In poche parole, magici.
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