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Titus Andronicus non è solo il titolo di un’opera di Shakespeare ma anche il moniker di una band che tutto può sembrare tranne che da strapazzo. Una piacevole conferma si cela dietro la presentazione estetica di questo gruppo: la mìse e temperamento formale dell’abbigliamento e della grafica, promettono infatti qualcosa di molto simile ai primi Depeche Mode, quelli di People Are People, in versione meno marxista, vicina all’Ejzenstejn della Corazzata Potemikin rielaborata in versione stelle e strisce, cosa che verrà poi confermata nel sound mediante il bell’esempio di indie-rock contaminato di influssi folk americani che risponde al nome di The Monitor.
Se la prima canzone, A More Perfect Union, fa da cavallo di battaglia mostrando cosa realmente sono questi giovani americani dalle chitarre selvagge, la seconda, Titus Andronicus Forever, ha un ritmo folle e monello, un inno alla goliardia, roba da commilitoni bonaccioni e compagnoni che cattura e fa venir voglia di intraprendere qualche impresa eroica. Le influenze dello shoegaze non sono lontane se si prende in considerazione No Future Part Three: Escape From No Future, dai riff prepotenti e le voce smielate, confinanti tra l’indie di matrice texana alla SXSW e il punk dei Clash (di cui è chiara una certa influenza se si considera l’irruenza che inebria ogni singolo). Senza contare il rullo di tamburi di origine militaresca, suono presente anche nella seguente Richard II, in cui una vena folk (che non si può ignorare anche nel piano di A Pot In Which To Piss o nel violino di Them From “Cheers”) viene ereditata dai Pogues e prende il sopravvento caricando questo pezzo ed i seguenti, di ribellione e dissociazione sonora che si sposano per un risultato americano fin nel midollo, ma amabile anche al di là dei confini dello Zio Tom.
Se originalità e rusticità da Guerra Civile Americana (questo album è un concept che racconta le vicissitudini di un americano dell’epoca) qui non mancano ma, anzi, vengono arricchite di contaminazioni da punk giovanile innocuo e un accenno di rockabilly (...And Ever), è anche vero che il quintetto americano ha dato tanto, forse troppo, il tutto per la bellezza di 65 minuti di yankee style vitale, certo, ma prolisso. Questi Neutral Milk Hotel adrenalinici, carichi come fucili, incendiari come molotov, hanno fatto di questa abbondanza di polvere da sparo la potenziale rovina del piccolo esercito capeggiato da Patrick Stickles. Si sa, certe cose vanno maneggiate con cura o rischiano di prendere fuoco prima ancora di arrivare al destinatario. Allora cerchiamo di salvare il salvabile, magari bevendoci su, missione non impossibile d’altra parte.
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