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Fino a non molto tempo fa, se qualcuno avesse osato profetizzare che i “delfini” di Bruce Springsteen sarebbero stati figli del punk-rock anni ’90, saremmo scoppiati tutti a ridere a crepapelle. Fino, appunto, all’uscita di American Slang, ultima fatica dei Gaslight Anthem, con la quale la band di Brian Fallon conquista a suon di sostanzioso rock proletario l’ingombrante onorificenza di cui sopra.
Oltreoceano critici, redattori di webzines, fans e rockstar (pare che lo stesso Boss abbia insistito per poter suonare alcuni brani con i suoi eredi designati) sono tutti pazzi per i Gaslight Anthem; Mr.Fallon e soci, da onesti punk-rockers del New Jersey, coscienziosi e dediti, ma non traboccanti di talento, si sono ritrovati catapultati in un Olimpo che probabilmente nemmeno loro erano in grado di prevedere dopo il successo di The ’59 Sound, ritenuto fino ad oggi il punto più alto della loro discografia. American Slang resetta tutta la biografia musicale precedente dei Gaslight Anthem: non tanto nei temi, in quanto la band ha sempre avuto una certa propensione all’impegno sociale (in quest’ultimo album, in particolare, Crossroads di Tracy Chapman fa capolino qua e là tra le righe), quanto nel sound, in cui la leggerezza e la spensieratezza sono non messe da parte ma trasformate, per lasciare spazio a un rock più tradizionale, rigoroso, sicuramente più maturo, influenzato ora dal folk e ora dal blues o dal country. Così è per la title track, come pure per la settantiana Stay Lucky. Bring It On è brillante eppure melanconica. The Diamond Church Street Choir è un gioiellino di rock’n roll solare e spudoratamente radiofonico, che farebbe vivere di rendita qualunque one hit wonder (dicesi di quegli artisti o gruppi che in tutta la loro carriera lanciano un solo pezzo, ma fortissimo, dominano le classifiche per mesi, e poi spariscono). Si rallenta con la dolce e ipnotica nenia di The Queen Of Lower Chelsea, ma il rock in tutta la sua grandeur torna padrone della scena con Orphans e Boxer. Old Haunts e The Spirit Of Jazz rappresentano un po’ il presente e il passato dei Gaslight Anthem, la prima corposa e “100% USA profondi”, la seconda effervescente e ironica, richiamo ai Gaslight Anthem punk-rock. Chiusura straordinaria con We Did It When We Were Young, ballad struggente che restituisce perfettamente il senso dello scorrere del tempo, del cambiamento e della perdita della gioventù e dell’innocenza.
C’è poco altro da esaminare in quello che si candida a buon diritto come uno dei migliori album rock dell’anno, suonato e cantato forse con più cuore che tecnica esasperata – il che, di questi tempi, è già di per sé un miracolo. La cosa migliore è ascoltarlo a mente aperta, capirlo, apprezzarlo. Senza ricercare a tutti i costi il nuovo Springsteen in Brian Fallon, e senza fare troppa pressione sulla band: non si sa ancora se i Gaslight Anthem siano in grado di reggere tanta gloria, ma la svolta rappresentata da American Slang non sembra certo casuale.
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