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Gripweed
K
2010
Altipiani / Belive
di Maria Francesca Palermo
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Il paragone più popolare è sempre stato quello con i Depeche Mode. Questione temporale si direbbe, quando in realtà dentro l’esordio dei Gripweed c’è di più, ma soprattutto c’è qualcosa di emotivamente diverso. L’innegabile eco di cui sopra tanto si parla, trova, infatti, sponde molte più melense ed efficaci tanto nei rarefatti paesaggismi di sintetizzatori e tastiere, quanto nella flessuose melodie innescate da una scrittura ancora abbastanza noir.
Quello della band cosentina è un percorso curioso che attraverso una lunga serie di ep autoprodotti, svariati progetti e numerose collaborazioni collaterali (non ultima la recente data romana di spalla a Kip Malone dei TV On The Radio e i suoi Rain Machine) ha concesso a Cristian Rosa e soci di attirare l’attenzione della critica e di raccogliere un consenso sempre crescente di pubblico. Segnalato anche dal settimanale britannico N.M.E, l’album K esce in digitale con la label francese Belive e l’etichetta italiana Altipiani. Gli otto pezzi del lavoro sono una testuggine il cui il beat rimane spesso fedele a se stesso. Meccanico e da ballare nel senso più tecnico del termine. Si potrebbe, infatti, dire che ad aleggiare nella mente dei quattro più che Martin Lee Gore o Dave Gahan ci siano, in realtà, le fondamenta di una estetica che ha in The Man-Machine i suoi principi, e nei Kraftwerk la sua essenziale struttura di suono. Sulla linea di un ritorno al synth pop degli anni Ottanta, i Gripweed impacchettano per l’occasione pezzi potenti e molto delicati al tempo stesso. In apertura Mode Off è una mantra wave di straordinaria forza evocativa grazie ad una effettistica vocale che ha nel suo finale lo zenit della modulazione elettronica. In un minuto e quarantacinque secondi, la cassa batte più prepotente nell’atmosfera fosca di Cage e incessante si porta avanti attraverso l’ottimo appeal poetico di Cigarettes. Attraversata da un manto di synth, Delicacy esalta la malinconia di voce di Cristian, totalmente solcata dall’audace via robotica di The Fool On The Bill. Nadine appanna la vista e Brust (vera ossatura del disco) è una perfetta immersione sulfurea tra attitudine elettronica e post-rock. Ma a re-umanizzare lo spettro sonoro della band ci pensano le note del pianoforte di Plastic Bag, che evocano, in conclusione, calde e oniriche inquadrature nell’atrio di un aspro realismo.
Cristian Rosa e soci hanno gusto. Senza contare che riescono sempre bene a bilanciare il tappeto meccanico sul quale il loro intero repertorio poggia, con la raffinatezza e la ricercatezza di una scrittura che porta ha casa un ottimo risultato. I Gripweed padroneggiano l’intensità di un suono dal forte retrogusto cinematografico. E quel maledetto aspetto visionario potrebbe, quasi, fare dell’album l’anello mancante del cinema espressionista tedesco.
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12/07/2010 -
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