|
“Volevamo narrare la storia di una ragazza di nome Jack che in realtà è un ragazzo di nome Susan e del suo distorto viaggio all'interno di un bosco innevato, accompagnato dagli spiriti dei vivi e dei morti”. Con queste parole le sorelle Sierra e Bianca Casady, ovvero le CocoRosie, hanno presentato il loro nuovo album intitolato Grey Oceans. Il disco arriva a tre anni di distanza dal passo falso di The Adventures of Ghosthorse and Stillborn e segna il quarto capitolo discografico della loro avventura musicale ed il primo sotto l’etichetta Sub Pop. Le sorelle Casady, dall’esordio dei primi anni del nuovo millennio ad oggi, hanno evoluto il proprio stile passando dal lo-fi folk dei primi anni (con un sound a base di arpa, chitarra acustica, tastiere e una schiera di giocattoli cigolanti) all'hip-hop avvalendosi della collaborazione del beatboxer e MC francese Spleen e dell’amico Patrick Wolf al violino e voce.
Tornando a Grey Oceans, c’è da dire che questo lavoro è stato registrato a più riprese, nell'arco di quasi tre anni, in vari continenti, sotto la regia dell’ingegnere del suono Nicolas Kalwill: ha preso corpo, inizialmente, in Argentina, precisamente a Buenos Aires all’interno di un piccolo studio di registrazione dal sapore molto vintage. Il resto del lavoro si è poi sviluppato tra New York, Berlino, Melbourne e Parigi. Il disco è composto da undici songs nei quali vengono amalgamate elettronica, psichedelia, pop e suoni tradizionali degli indiani d'America (ricordiamo che le due sorelle sono di origini cherokee). Da segnalare anche la preziosa collaborazione con il pianista jazz Gael Rakotondrabe che ha partecipato attivamente a gran parte delle nuove composizioni del duo riuscendo a diventare la vera e propria nuova anima delle CocoRosie. Nonostante queste premesse incoraggianti, Grey Oceans non è ai livelli del loro primo lavoro La Maison De Mon Rêve. Vi sono alcuni episodi (come, ad esempio, la title track) troppo manieristici ed infarciti di miagolii, esasperazioni alla Kate Bush meno ispirata. Il disco presenta, comunque, dei momenti pregevoli come le atmosfere mediorientali di Undertaker, brano questo registrato a casa delle sorelle Casady a Brooklyn e sulla cui genesi le cantanti dicono: “Registrare a casa è qualcosa che ci mette tranquillità. Lì riusciamo a far venir fuori le cose migliori. Fu proprio lì che scrivemmo una delle nostre canzoni preferite di tutto l’album. Stavamo rovistando fra alcuni vecchi scatoloni di nostra madre e abbiamo trovato una vecchia cassetta degli anni 70, con alcune incisioni fatte proprio da lei. Le parole erano in lingua Cherokee e il sound era folk, scuro. Abbiamo riadattato quel pezzo aggiungendo alcune parti di tamburo dei nativi americani per trasformarlo in "Undertaker“". L’ottima Smokey Taboo è un po’ la summa degli elementi che hanno caratterizzato il percorso musicale delle due sorelle: alternanza di metriche provenienti più o meno esplicitamente dal rap unite ad una base elettronica che include, armoniosamente, tutto quello che si muove dal folk, all’hip hop ed alla musica da camera.
Tra i momenti migliori dell´album ci sono anche le atmosfere da musical di Lemonade, un pezzo hip hop rarefatto ricco di effetti elettronici ed arrangiato con un robusto supporto di fiati tanto che potrebbe sembrare un pezzo di Bjork e dal conclusivo brano gospel Here I Come che inizia con il battito pulsante di una drum machine su cui si intarsiano piano e voce e, successivamente, dei bellissimi campionamenti di voci da coro che sincronizzati magistralmente con il battito della cassa, donano al pezzo delle suggestioni amarcord dal colore bianco e nero.
|