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Bill Callahan
Rough Travel For A Rare Thing
2010
Drag City
di Eugenio Vicedomini
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Dopo la fortunata consacrazione ottenuta con Sometimes I Wish We Were An Eagle dello scorso anno, Rough Travel For A Rare Thing è il primo live ufficiale per Bill Callahan nonché il terzo disco a recare la sua firma dopo la recente dismissione dell'alias Smog. Registrato in California durante il tour del 2007, il lavoro è uscito soltanto in doppio ellepi ed in Mp3. Per l’occasione l’artista americano è affiancato da una band dal suond tipicamente country, ricco, cioè, di chitarre acustiche e di strumenti ad arco i cui arrangiamenti (incisivi e sobri al tempo stesso) non risultano mai invadenti. La sua voce è perfettamente assecondata da una produzione pulita e raffinata, quasi da non sembrare un disco live, lontanissima dai suoi trascorsi lo-fi degli esordi.
Le undici canzoni che compongono questo lavoro hanno il sapore dell’immortalità tipico di artisti maledetti del calibro di Nick Drake, Lou Reed, Nick Cave e Leonard Cohen. Sono melanconiche ballads sospese a metà tra il cantato ed il parlato: acquerelli minimalisti che esplorano il rapporto tra l’uomo e la religione, la solitudine, l'angoscia e l'alienazione. La voce di Callahan, calda e tenebrosa al tempo stesso, è il valore aggiunto di questo disco la cui eleganza dell’incedere, unita alla sensibilità melodica, non può non rimandare i nostri pensieri proprio a Cohen, il “poeta dalla voce di rasoio”. Il live in questione rivela tutta la maturità espressiva raggiunta dall’artista texano, soprattutto nella incredibile capacità di Callahan di raccontare le sue storie con calore e distacco allo stesso tempo. Il disco si apre con i toni pacati e riflessivi di Our Anniversary al cui incedere lento della chitarra (che ricorda molto da vicino quello della lennoniana Working Class Hero) fanno da contraltare l’incisività dei violini. L’atmosfera sale un po’ di tono con la successiva Diamond Dancer, ballad veramente notevole in cui la voce al sapore della nicotina di Callahan si intarsia all’interno di arrangiamenti folk molto simili a quelli usati dai Waterboys. Bowery coniuga, con sapiente equilibrio, la poesia dei testi con la misurata ricchezza di arrangiamenti orchestrali mai sopra le righe. Held (brano tratto da Knock Knock del periodo Smog), si trasforma in un folk selvaggio e trascinante mentre Let Me See The Colts sembra una riproposizione del terzo millennio della morrisoniana “Sweet Things. Le timbriche più solari di The Well precedono la conclusiva Bathysphere (cavalcata elettroacustica dal sapore dell’Irlanda degli anni ottanta) brano in cui Bill Callahan indossa l’abito da melanconico crooner con disinvolta e dolente maturità.
Quell’abito che lo ha consacrato tra i migliori songwriters americani di questo ultimo ventennio.
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20/07/2010 -
©2002 - 2026 Extra! Music Magazine - Tutti i diritti riservati
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