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Dici MoonJune Records e dici contaminazione. Solita copertina cartonata che ti costringe a stare attento ai particolari, “solita” (si fa per dire) musica che ti impone di rivedere il modo in cui scrivi e soprattutto quello con cui ascolti. L’etichetta americana ha classe, il suo “roster” è uno dei più interessanti in circolazione come interessante è il loro modo di assoldare pazzi scatenati che hanno voglia di osare, di prendere varie materie sonore, alzare la temperatura del crogiuolo, e infilarci vari elementi, più o meno stabili, aspettando pazientemente di vedere il risultato della fusione. Iron Kim Style parte con calma, non ha nessuna voglia di arrivare alla meta, butta giù delle tracce che si aprono sulle lente note di “Mean Streets Of Pyongyang”, dieci minuti di jazz-rock fra scale dissonanti e batteria possente, dove la chitarra elettrica la fa da padrone. Sotto la guida della regina a sei corde i fiati (sax) si intrecciano con l’elastica batteria. Dopo un calmo passaggio con “Gibberish Falter” si viaggia verso lidi più free, dalla ritmica indiavolata, dettata della sezione basso/batteria. La tromba, come presa da crisi convulsive, sputa una serie di velocissime note acide, inseguite dalla chitarra che, approfittando di un momento di distrazione, le ruba la scena entrando prepotentemente in campo. “Don Quixotic” (titolo sublime) è una pura vangata, dissonante, in pieno volto, ricorda il modo di suonare di Jeff Beck, prestato per un attimo al jazz. Le chitarre arpeggiano, poi stridono, infine attenuano i toni lasciando che la tromba, “milesiana” e in eco, gestisca le linee melodiche. Sono in cinque, arrivano direttamente dalla città di Jimi Hendrix, sono sperimentali, e precisi come una somma algebrica, dove gli addendi sono due, una geniale forma di sperimentazione folle (”Pachinko Malice”) unita alle strutture schematiche del jazz. In poche parole se avete ancora le palle per non vincere facile, scendete in campo cercando questo cd e combattete!
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