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Ma la Sub Pop sbaglia mai? Sembra quasi che ogni cosa prodotta dalla gloriosa etichetta indipendente abbia i contorni del capolavoro imperdibile e che sia quasi oltraggioso avanzare anche il minimo dubbio su una qualsiasi uscita discografica benedetta dal marchio di Seattle.
I Blitzen Trapper, ad esempio, messi sotto contratto nel 2007 dopo il gran chiacchiericcio fatto intorno al terzo album Wild Mountain Nation, qui in Italia, nonostante le ottime critiche ricevute dalle riviste specializzate, non se li è cagati (perdonatemi il francesismo, ma è quanto mai adatto) proprio nessuno. I motivi possono essere molteplici, e tra questi non è da sottovalutare il fatto che, pur restando nel circuito indie, la band di Portland è quanto di più lontano ci possa essere dalla classica band fighettina e chitarrosa in stile, diciamo, Arctic Monkeys. Infatti il sestetto capitanato da Eric Earley (autore di tutte le canzoni) ha fatto suo praticamente qualsiasi esempio musicale generatosi nei primi anni ’70 (country, prog, glam, hard rock ecc.) frullandolo in un calderone tanto poliedrico quanto dal sapore estremamente retrò. O li si ama, o li si odia, verrebbe da dire.
Già nella primissima traccia, la title track, è possibile individuare allo stesso tempo le influenze fortissime di David Bowie, Beatles e pure qualcosa dei Genesis più atmosferici e sperimentali. Una suite elegante nella prima metà e furiosamente hard rock nel pre-finale, il tutto tramite una confezione di perfetti tecnicismi sia strumentali che vocali. Biglietto da visita che si conferma nei restanti dodici brani che formano l’album. La varietà è assicurata, tra ballate dal sapore West Coast (CSN uber alles) come The Man Would Speak True o la dolcissima The Tree (in duetto con la zuccherosa voce di Alela Diane), le armonie vocali alla Beach Boys di The Tailor e l’hard rock più canonico di Love And Hate (dove Michael VanPelt si supera al basso, qui come anche in Evening Star). Il tutto però viaggia nei binari della ortodossia più assoluta rispetto ai termini di paragone originali, finendo per rendere quasi inutile il senso ultimo di tutto il disco, nonostante roba come Sadie (dove Dylan e gli Stones si muovono felicemente a braccetto) superi in scioltezza la sufficienza.
Ed è così che, anche se pur sempre troppo legati al cordone ombelicale del passato, questa volta gli italiani non sono così condannabili nella loro scelta di preferire per l’ennesima volta l’ascolto degli originali piuttosto che una pallida, per quanto formalmente riuscita, imitazione. Si perché, in fondo, quella operata dai Blitzen Trapper è un’operazione che li rende i “cinesi” (mi perdonino stavolta gli amici orientali) dell’indie-rock, perché anche dove la qualità esecutiva pare encomiabile è la mancanza di pezzi da stracciarsi le vesti ad affossare ogni velleità artistica che vada oltre il singolo ascolto. Stavolta, forse, cara Sub Pop non sei stata proprio infallibile.
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