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Mentre Luciano Ligabue continua il suo tour negli stadi di mezza Italia, facendo registrare regolarmente il tutto esaurito con oltre 500 mila biglietti venduti, per i suoi fans è tempo di riascoltare il suo ultimo disco Arrivederci, mostro, uscito esattamente a vent’anni di distanza dal suo primo lavoro, quell'omonimo Ligabue del 1990.
Già, perché chi vi scrive è stato (e fondamentalmente lo è ancora) un fan del buon Liga, del rocker con la chitarra altezza inguine, della sua voce ruvida, dei suoi racconti a metà tra provincia padana e sceneggiature dal sapore di polvere di un’America lontana. E da quindici anni il sottoscritto, come molti altri, aspetta sempre la sua nuova uscita discografica, cercando di intravedere un segnale, sperando che sia la volta buona, che si possa dire “eccolo, è lui, lo riconosco, è tornato quello dei vecchi tempi”. Però, andiamoci piano, perché in questi casi, l’ideale sarebbe di evitare il solito pistolotto sul Ligabue che fu, sui primi lavori, su quei quadretti freschi e vivi di un tempo, il Bar Mario le bamboline e i barracuda, i Marlon Brando. Impresa ardua bisogna ammetterlo, perché quel Ligabue rinnovò a suo modo l'idea di fare rock in Italia, dimostrò pur con un pizzico di sfrontata mania di anglo/americanismo, che anche in Italia e in italiano si poteva fare rock’n'roll, e vendere una vagonata di dischi, intasare le radio, riempire gli stadi ecc. E lo abbiamo amato tanto.
Impresa ardua, dicevamo, ma non impossibile. Il Ligabue datato 2010, decide di affidare la produzione di Arrivederci, mostro a Corrado Rustici, produttore da un bel po’ di tempo trasferitosi in California e protagonista negli ultimi 20 anni di molte produzioni mainstream/rock anche a livello internazionale. La line up dei musicisti invece è quella che che accompagna il rocker di Correggio dal vivo da qualche tempo, Michael Urbano alla batteria, Kaveh Rastegar al basso, Fede Poggipollini alle chitarre, Niccolò Bossini sempre alle chitarre e Luciano Luisi alle tastiere. Lo stesso Rustici è protagonista alle chitarre anche con qualche “solo”, mentre l’ingegnere del suono è Chris Manning (in passato al lavoro tra gli altri con Santana, i Metallica e Joe Satriani). Lo ascoltiamo tutto d'un fiato, più volte, e ancora una volta.
Alcune impressioni sono evidenti subito e si mantengono in sostanza per tutto l'ascolto, Quando canterai la tua canzone, brano d'apertura, (ma l'idea è la stessa praticamente per tutti i pezzi più tirati, da Un colpo all'anima, a Il meglio deve ancora venire, con qualche piccola eccezione che vedremo): da un lato le chitarrone sature e taglienti aggrediscono, potentemente in primo piano, si stratificano e creano il muro sonoro, mentre dall’altro hai di fronte un po’ il solito Ligabue degli ultimi tempi, viscerale, diretto (“scegli tu tra botte e rime... ma scegli tu per primo”), cinico e amaro (“l’impatto con il mondo è sempre forte per chi vorrebbe solo farne parte”), capace di colpire nel segno andando quasi a memoria quando deve infilare l’inciso giusto nelle parole e nel giro armonico/melodico giusto, ma che ormai rischia troppo spesso sia musicalmente che nei testi di parlare più per slogan e pensieri (anche musicali) forti, anche intensi, ma che difficilmente riescono a raccontare una storia, un personaggio, un’istantanea. Ecco, ci siamo, stiamo ricadendo nel cliché del rocker che fu, e allora proviamo a mantenerci su quello che è.
Col susseguirsi dei brani e degli ascolti va delineandosi un'impressione definita: la produzione può limare il suono, costruire un’architettura più moderna e quindi più stratificata, ma (sempre che quello appena descritto sia per forza un vantaggio o un elemento positivo per un certo tipo di musica dove cadere nei riferimenti classici e già sentiti è più che un rischio) il rock di Liga, che si regge su un impatto melodico ormai rodato (e a tratti un po’ monocorde), su una tessitura potente dove le chitarre e la sezione ritmica tendono a creare spessore, tiro più che dinamica a tutti gli effetti, quel rock dà alla fine l'impressione di “stagnare”, nell’appoggiarsi pesantemente, per non dire a tratti stancamente, su quegli elementi forti che lo caratterizzano, lo blindano: la voce dell'autore, sabbiosa e ricca, le liriche di impatto immediato, e un’idea armonica e melodica, che finisce costantemente col cercarsi e ad ogni disco da almeno quindici anni a questa parte, inevitabilmente, col sapere esattamente dove andare a parare (e scusate, ci siamo cascati ancora una volta!)... Ecco perché brani come Nel tempo (con un frenetico diario di eventi, volti e immagini che Ligabue ha vissuto come spettatore in certi casi e in altri come protagonista negli ultimi 30 anni), La linea sottile o la radiofonica Un colpo all’anima, non reggono l’urto forte dopo i primi ascolti, dopo aver solleticato l’ascoltatore su tasti e nervi ben noti ai fans del “Luciano nazionale”. A quando invece, un disco “roots”, magari acustico, dal suono sporco, poco “prodotto” e raccontato con volti, nomi, personaggi e situazioni, come piccoli romanzi magari di periferia? Oppure un disco urbano, metropolitano, coraggioso, fuori dagli schemi, tomwaitsiano, lontano dalle logiche di mercato? Gli episodi piacevoli e godibili, va detto, ci sono: da Caro il mio Francesco, lettera aperta al vecchio amico Guccini in cui Luciano riprende la rabbia di quell’Avvelenata scritta anni fa proprio dal cantautore della Via Emilia, a Questo è il momento, dove Liga si fa epico e maturo: “Di tutta la vita passata questo è il momento”, coi suoi 50 anni che fanno capolino tra le righe, provando a lottare contro la retorica ma anche a ribadire le vecchie linee del pensiero del ragazzotto di Correggio, e con alcune esplosioni di chitarre in tema U2, finalmente suonate e prodotte con brillante efficacia (e qui la mano di Rustici si sente eccome). O ancora Il peso della valigia dove una poesia già pubblicata qualche anno fa dallo stesso rocker emiliano sulla raccolta Lettere d'amore nel frigo, si fa distesa e luminosa poesia in musica, scandita con buona intenzione, con buona e morbida leggerezza, pur senza sorprendere troppo. Un tratto positivo e innovativo di questo ultimo Liga è quantomeno la tendenza nel canto a evitare certi tratti fin troppo alla Ligabue, che spesso nel tempo erano diventati più un fardello che un marchio di fabbrica. Segnale che qualcosa comincia a non suonare più troppo fresco allo stesso cantautore.
Mentre il momento più forte, e alla fine l’unico che davvero fa gridare al capolavoro è la stesura bruna, quasi cupa, distorta fino alla saturazione di La verità è una scelta: pezzo magistrale nel testo, nell’architettura musicale e nelle timbriche. E’ proprio ascoltando un pezzo così, che fa rabbia pensare al disco che Ligabue potrebbe realizzare e che alla fine non si decide mai a realizzare. La verità è una scelta ha un potente incedere, vibrante nel disegno quasi impaurito del protagonista raffigurato. Il passo circospetto, timoroso perché vigliacco, di chi rifiuta di vedere e di scegliere. Sembra di vederlo, di seguirlo passo passo, e qui l'autore davvero coniuga la ruggine meravigliosa della sua voce, e il suo grido rock dalla melodia efficace, con un passo deciso, tosto, libero dagli schemi. Splendida l’immagine dell’inciso: “la verità è una scelta la verità è già pronta di giorno sempre un occhio chiuso di notte uno aperto”, impietosa nel tratteggiare chi preferisce non vedere e finisce col chiudere un occhio di giorno per poi alla fine doverne tenere uno sempre aperto di notte, quando i contorni sfuggono e le conseguenze delle proprie non scelte ti si ritorcono contro. E’ un piccolo gioiello in mezzo a tutta la musica di un disco generoso ma alla fine troppo prevedibile, piacevole, ma con pochi sussulti.
Persino il racconto della tragedia avvenuta nella scuola di Dendermonde a Gennaio 2009 (Quando mi vieni a prendere) dove suona come ospite il Solis Strings Quartet, con i due bambini uccisi da un folle che fa irruzione in una scuola, commuove per la sostanza del racconto, ma non riesce a mordere, pur regalando un Ligabue efficacemente sul filo, pacato e misurato interprete, leggero nel canto e nel raccontare con gli occhi di un bambino una tragedia così forte e pesante. E la stessa Caro il mio Francesco forte di un riferimento autorevole e di un'ispirazione molto originale, si perde su un accompagnamento ritmico e un organo in sottofondo che non riescono a far emergere la livida rabbia del testo che poteva essere (e tanto meno dell’originale di Guccini) finendo invece con l'ammorbidire le intenzioni della lirica e quell'”angoscia e un po' di vino” che invece fecero fuoco, fiamme e scandalo tanti anni fa. Curioso e scanzonato invece il brano Taca banda con protagonista alla batteria Lenny, il figlio undicenne del Liga, che lascia intravedere un altro spiraglio di novità che potrebbe servire a spostare il tiro prossimamente, magari su un materiale quasi folk.
Alla fine resta solo da commentare il “mostro del titolo”: perché tra mostri interiori, fantasmi dal passato, iene e truffatori del presente, amori da dimenticare o da ricordare per sempre, paura e bisogno del futuro, momenti tragici e cruciali da affrontare, il rocker di Correggio coglie come sempre l'occasione per liberarsi di una sua urgenza, di un suo personale bisogno per colmare una necessità. Rileggendolo in questa chiave tutto il disco, quasi al di là delle sue pecche di scrittura e di produzione, finisce seppure a fatica col funzionare, come a voler essere la rielaborazione dei piccoli lutti quotidiani per il suo autore, un mettere in piazza tutti i propri piccoli mostri per esorcizzarli. Dal suo punto di vista, insomma l'arrivederci di Ligabue ai propri spettri, al mostro sempre in agguato, centra l'obbiettivo, perché lo rispecchia oggi a 50 anni, pur con i suoi limiti e le sue debolezze, anche di musicista. A noi fans, invece toccherà aspettare ancora, magari il prossimo disco, per poter ritrovare antichi colori perduti, di cui sentiamo il bisogno.
E quindi, quasi a volere ancora essere debitori di tante buone emozioni, sempre fiduciosi che la prossima volta possa essere quella buona, non possiamo che salutarlo con un fragoroso e affettuoso...“Arrivederci...Liga”!!.
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