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Copernicus
Nothing Exists (Remaster 2010)
2010
MoonJune Records
di Eugenio Vicedomini
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Nothing Exists (anno 1984), è il primo disco di Copernicus ed è anche la prima ristampa su supporto digitale da parte dell’etichetta Moon June della sua intera discografia.
Lo scenario in cui l’artista muove i primi passi è la Grande Mela, più precisamente la scena alternative rock di New York inizi anni ottanta che sprigionava tutta la sua vitalità in locali come il Max's Kansas City, il CBGB e lo Speakeasy. In un ambiente come questo ci verrebbe spontaneo etichettare Copernicus come un musicista se non fosse che proprio lui rifiuti categoricamente tutto questo. Egli si considera, bensì, un poeta d’avanguardia con un approccio all’improvvisazione che si avvicina a poeti come quelli della Beat Generation spingendosi fino al movimento culturale Dada. Il disco in questione può definirsi l’inizio di un’avventura fatta di lunghe liriche recitate su musica di varia natura ed estrazione. Nothing Exists ha una vitalità che si riallaccia alla ideologia del punk (ma non allo stile). Sicuramente il punto di partenza del disco sono le pulsioni rivoluzionarie che pervasero i primi reading musicali newyorkesi di ispirazione post-moderna. Proprio come era accaduto, dieci anni prima, a Patti Smith e Lenny Kaye. Il tutto assume il sapore dell’avanguardia teatrale: l’elemento catalizzatore è la voce dell’artista newyorkese che declama, con voce cavernosa e disperata, le proprie storie intimistiche e paradossali. La band, relegata in secondo piano, tesse un sottofondo musicale tipicamente alternative in cui vari sono i riferimenti: si parte da artisti del calibro di Captain Cuor di Bue, dei Throbbing Gristle e dei primi Pink Floyd per proseguire verso artisti più di nicchia come Cassiber, John Gavanti e MinimalMan più alcune influenze derivate dal jazz. Per quanto riguarda la genesi di Nothing Exists, l’approccio alla registrazione di questo lavoro è stato quello dell’improvvisazione. Non vi è nulla di preparato ed il commento musicale è totalmente svincolato dai versi declamati dal cantante: i brani risultano ricchi di pathos e tendono a girare attorno a temi, riff e cluster ripetuti, muovendosi lungo un percorso piuttosto casuale, quasi modale. Il disco si apre con ”I Won’t Hurt You”, un pezzo a metà strada tra certi brani di Ian Dury e le atmosfere di Aka Graffiti Man di John Trudell. Si prosegue con l’acida psichedelia di Blood (con accenni crimsoniani periodo Island) e, quindi, con gli esperimentii industrial-noise di I Know What I Think. Memorabile il viaggio verso l’abisso infernale della floydiana Quasimodo e di Nagasaki.
Considerazioni finali: per energia profusa e per lo spessore dei contenuti, questo disco suona ancora attuale nonostante sino passati ben 26 anni. Se lo paragoniamo alla precedente pubblicazione, cioè quella del disco Disappearance del 2009, possiamo dire che non vi è nulla di nuovo sul fronte Occidentale, ma se le parole di Copernicus sono la cosa che maggiormente vi affascina, questo disco farà al caso vostro.
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08/09/2010 -
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