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Qualche settimana fa dissi, probabilmente esagerando, che gli Holy Fuck rappresentano la darwiniana evoluzione degli Air. Oggi forse è giunto il momento di spingersi persino oltre tirando in ballo i newyorkesi Here We Go Magic, i quali freschi del loro secondo album da poco dato alle stampe si candidano con forza ad essere, nel loro caleidoscopico melting pot di influenze, il completamento spirituale e musicale del famoso duo francese, riuscendo anche a lasciare il segno come e quanto ormai da tempo non accade ai nostri amici transalpini. Psichedelia, sperimentazione, atmosfere eteree e giocosa caciara alla Vampire Weekend. Questa la formula di partenza, non ci resta che verificarne lo svolgimento e i relativi risultati.
Hibernation e Collector nella loro ossessiva veste ritmica sono due pezzi orecchiabili e spensierati. In particolare, la seconda, colpisce con un finale da caos organizzato, dove un tappeto di doppi synth fanno da perfetto collante con i cori e la batteria saltellante. Uno start davvero eccellente. I precedentemente citati Air invece irrompono con chiarezza disarmante nella successiva Casual, un sognante trip che ci riporta con classe e melodica eleganza alle malinconiche fragranze di The Virgin Suicides. Sorprendenti livelli qualitativi confermati da Surprise pur cambiando registro stilistico: in primo piano passa ora un sontuoso e pulsante basso a sostegno di un altrettanto graffiante chitarra elettrica, il tutto prima del “solito” finale vagamente psichedelico. E c’è pure spazio, subito dopo, per una ballata pop-rock (Bottom Feeder) perfettamente confezionata in tutte le sue parti. Grasso che cola, insomma. Ma, parafrasando un vecchio slogan pubblicitario, la potenza non è nulla senza controllo. Ovvero, i tecnicismi e gli orpelli musicali poco valgono se la cifra contenutistica non viaggia su binari paralleli. E come la maggior parte dei dischi di questo (pur florido) 2010, anche Pigeons soffre di una certa sfocatura nelle battute seguenti. Qualità sempre medio alta (la vagamente bowiana Old World United su tutte), ma un riciclo piuttosto cronico delle idee presentate in pompa magna nelle primissime tracce, per giunta condite da un retrogusto molto meno frizzante. Fa capolino, perciò, anche la noia e il senso di divagazione diventa preminente nelle psichedeliche e strumentali divagazioni finali.
Un buon disco insomma, forse anche uno dei migliori di quest’anno, ma purtroppo, ancora una volta, non un capolavoro in grado di mettere d’accordo tutti.
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