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Tra funk e grooves si è posto sempre bene Kevin Barnes, il ‘commediografo’ più surreale dell’indie rock americano. A metà fra finzione e autobiografia, Barnes è una caricatura dabbene che disputa con poche e scarne battute quella realtà strana, dal suo punto di vista. Scrittura romanzata, citazionismo, mitologia greca ed elementi avanguardistici sono i costituenti che rendono gli Of Montreal personaggi stralunati, fuori dal mondo e dal senso di marcia. Anche questa volta la più fragorosa pattuglia dell’intera Georgia non dimentica il modulo nonsense, giocandosi tutto con questo decimo album.
Distante mille miglia dall’acume di Hissing Fauna, Are You The Destroyer? (2007) e Skeletal Lamping (2008), False Priest è un’opera nettamente più misurata, scarsamente analogica, la meno attorcigliata ad un tempo dell’intera discografia. Per le menti semplici questo sarà anche l’album compiuto, ma per chi della band ha, principalmente, apprezzato gli ingarbugliamenti e i toni lisergici, non tarderà a notare, nel disco, un certo appeal cannibalistico e a piegare, magari, sulla concorrenza, che oggi porta il nome dei The Chap. Meno futurismo, più pop e r’n’b. Non a caso le seconde voci dell’album sono Janelle Monáe e Solange Knowles, la sorellina minore di Beyoncé. Ottima è la prova della Monáe in Our Riotous Defects e Enemy Gene. Priva di senso quella di Solange in Sex Karma, eccessivamente ammiccante e volutamente kitsch. Debitore di un universo ‘funkadelico’ che ai Parliament di George Clinton forse deve qualcosa (vedi la buona Girl Named Hello), Kevin Barnes plissetta ulteriormente le tredici tracce attraverso una pronunciata componente melodico-armonica. Difficile staccare le orecchie da Coquet Coquette o rimanere indifferenti al caos fuori dal senso comune di I Feel Ya’ Strutter (‘...I can’t cope with such an abstract blackmail domination spasm’). L’ispirazione non si è persa per strada, Godly Intersex e Famine Affair è puro Of Montreal-pensiero, dove tra le confidenze sulla ‘mutazione di identità’ della prima e quelle sul ‘cuore infranto’ della seconda (‘...I don’t want you any more, I don’t love you any more, go away, go away’) il passo indietro verso la brillante introspezione di Hissing Fauna, Are You The Drestroyer? è breve. Gli squarci analogici di Around The Way e Like A Tourist enfatizzano la vecchia prassi scalpitante della band e, finalmente, ma solo in conclusione, You Do Mutilate? osa il giusto, diventando, in sei minuti e cinquanta, un perfetto ibrido Sixties della Chicago soul. Da queste acque preferiscono veleggiare, ora, gli Of Montreal, approdando su un terreno di liricissime narrazioni orchestrali, coretti angelici e contrappunti impalpabili d’elettronica.
Un disco di easy listening, insomma, ma con una scrittura di base che ne giustifica ampiamente l’esistenza.
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